"PER EDUCARE UN BAMBINO CI VUOLE UN VILLAGGIO". CHE NESSUNO CI TOLGA IL DIRITTO DI PAROLA

COMUNICATO DEL CIDI DI TORINO
Dopo i fatti di sabato a Torino, come insegnanti di questa città, ci teniamo a manifestare e a far valere il nostro NO fermissimo
a ogni forma di violenza, da qualsiasi parte venga praticata,
a ogni forma di prepotente uso della piazza,
a ogni forma di prevaricante occupazione dello spazio altrui nella manifestazione del dissenso.
Se si accetta il principio che “per educare un bambino ci vuole un villaggio”, come afferma un noto detto africano, di fronte alle violenze che ogni giorno vengono presentate all’attenzione dei più giovani per opera anche di chi nelle istituzioni dovrebbe tutelare la sicurezza pubblica, occorre fare una seria riflessione su come deve essere “il villaggio” entro cui vogliamo che i nostri allievi e le nostre allieve crescano. I valori di una società così come i diritti umani, abbiamo capito non essere né un terreno condiviso né una realtà stabile, immutabile e permanente, ma vanno rinegoziati e messi alla prova dei fatti continuamente. Questa rinegoziazione chiama in causa tutti. Ci sollecita a non essere passivi spettatori, ma attori partecipi della “manutenzione” dei valori e dei diritti umani come sono stati consegnati alle generazioni future nella Costituzione repubblicana che ottant’anni fa i padri e le madri costituenti hanno elaborato.
Nella Costituzione troviamo il diritto riconosciuto ai cittadini di riunirsi in luogo pubblico pacificamente e senz’armi (art. 17) e il dovere delle autorità di tutelare l’incolumità pubblica con una vigilanza attenta. Nell’art. 21 è sancito il diritto a manifestare il proprio pensiero. Questi diritti non sono sempre stati riconosciuti alla cittadinanza nel nostro paese, ma sono diritti conquistati a prezzo di lotte compiute da coloro che desideravano costruire una cittadinanza politica libera e partecipe, un’arena politica vasta e aperta alle istanze dal basso.
A Torino sabato, come in altre giornate nel recente passato, ha sfilato in corteo pacificamente una parte della cittadinanza, non distante dalla politica, ma pienamente attiva nel cercare un dialogo con le istituzioni. In un tempo in cui il diritto/dovere al voto viene sempre meno avvertito come un valore, “il villaggio” che vorremmo è quello fatto di cittadini e cittadine che conoscano l’alfabeto della democrazia e dell’esercizio della cittadinanza e lo sappiano usare quando le cose non vanno e la si pensa in modo diverso da chi governa. Auspichiamo che i nostri bambini e bambine, i nostri ragazzi e ragazze, “respirino” intorno l’aria della buona politica che utilizza la parola per dissentire e il marciare insieme nelle piazze con passione, musica, colore, come megafono del dissenso.
La militarizzazione dei quartieri, il militarizzare “il villaggio”, come avvenuto a Torino nel quartiere Vanchiglia a titolo di politica di gestione della sicurezza pubblica rappresenta invece il tassello di una scelta politica che induce a considerare “normale” l'uso della forza come soluzione dei conflitti e dei problemi sociali. La presenza dello Stato, il massimo garante di equilibrio e solidarietà sociale nella nostra Costituzione, rischia di assumere, sempre più spesso, in sostanza, l’uniforme dell'esercito e delle forze dell’ordine. Ci si abitua in fretta anche a questo, nell’ “ordinarietà” del contesto di vita quotidiana, adulti, bambini e bambine, giovani adolescenti. A scuola insegniamo che tutti devono avere voce, che il conflitto esiste e può e deve divenire fonte generativa di confronto se ordinato all’interno del dibattito politico, che pur diversi si può vivere insieme e vivere bene.
Stiano dunque alla larga da Torino, da tutta la scuola, dal nostro “villaggio” tutte le forme di cultura che ci abituano alla guerra poiché violenza e sopraffazione si specchiano e si alimentano reciprocamente.
“Black bloc”, cappucci neri calati sul volto, con la vigliaccheria della violenza di molti contro uno vanno riconosciuti e fermati con la Legge. Stiano alla larga. Non è più tempo che la manifestazione del dissenso assuma la forma del bullismo prepotente.
E stiano alla larga coloro che in nome dello Stato scelgono l'occupazione militare dei quartieri e degli spazi sociali. Il silenzio delle istituzioni sui pestaggi ai manifestanti pacifici aggiunge sconcerto ed è un grave campanello d'allarme.
Domandiamoci tutti insieme quale sia il recinto dei valori che devono guidare un’educazione estesa e partecipata. La cultura della pace fondata sull’educazione e sulla pratica della non-violenza, sul reciproco rispetto e sul pieno riconoscimento della libertà di espressione non prevaricante sono un nodo da non sciogliere. Costituiscono, se tenute insieme, l'architrave della scuola della nostra Costituzione e di un presente e futuro sereno per le nuove generazioni.
Torino, 2 febbraio 2026
Il Consiglio Direttivo del CIDI Torino Aps
Luisa Girardi
Domenico Chiesa
Fabiana Fabiani
Carmela Fortugno
Sonia Gallà
Sabrina Gattuso
Luisa Limone
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