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FINESTRA SULLA RETE

Caterina Gammaldi, 3 giugno 2020

Dare voce alla scuola
Dare voce alla scuola rischia di essere interpretato come un voler sottrarre tempo a molti altri problemi (il diritto alla salute, la precarietà del lavoro, le diseguaglianze crescenti, lo scontro fra bianchi e neri ..) oggi più che mai evidenti in un mondo sempre più vicino, sia pure lontano. Se ritorno a parlarne è perché per me la scuola è stata sempre una finestra aperta sul mondo. Guidare gli apprendimenti utilizzando con cura e competenza il sapere disciplinare è un'occasione irripetibile fin dall'infanzia. L'adulto mediatore, "regista" può far vivere nello spazio-tempo della scuola l'esperienza della conoscenza per una cittadinanza che sia finalmente libera.
Oggi più che ieri il sapere non è contenuto solo nei libri di testo.
Un esempio per tutti. Ho letto su molti manuali percorsi sulla globalizzazione proposti più volte nel percorso scolastico fin dalla scuola primaria con compiti di realtà discutibili nella forma e nella sostanza.
In assenza della scuola "fisica" restituita in forma di video - lezioni e esercitazioni tocca agli studenti accompagnati, se ci sono, da genitori e nonni risolvere problemi complessi quali quelli che l'attualità impone.
Informarsi, separare i fatti dalle opinioni, argomentare, valutare non può essere proposto in assenza di mediazione. Gli interrogativi restano senza risposta.
Mamma, perché si parla di uguaglianza? Papà, perché si parla di perdita del lavoro? Perché devo mettere la mascherina e non posso giocare con i miei compagni? Perché in quella immagine c'è un poliziotto che tiene il ginocchio su un uomo di colore a terra? Dove trovo informazioni sulla pandemia? Chi sono gli untori? Perché non fanno sbarcare quella nave? Perché?... Domande che impongono una ennesima riflessione sul sapere della scuola, sull'insegnante, una figura professionale che ho sempre definito in progress, curiosa, attenta, allenata alla problematizzazione e allo studio e quindi alla ricerca sul cosa e come insegnare.
Non è più tempo di cartelloni sui diritti umani, sulla fame nel mondo se sono sterili rappresentazioni della vita delle persone e non producono apprendimento. È tempo di scelte culturali che abbiano a fondamento i metodi attivi e cooperativi negati dalla DaD e non risolvibili nelle ritualità della scuola o peggio ancora nell'esperienza familiare.
Il cambiamento di paradigma - il lontano oggi più vicino - ci interroga se possiamo separare il sapere lontano e quello più vicino, se possiamo separare quello che apprendiamo dagli insegnamenti di lingua e letteratura, storia e geografia, diritto e economia, scienze e matematica, arte e immagine, tecnologia..., se va riletta e come la contemporaneità dei classici.
Ha scritto Bruner che noi impariamo a interpretare il mondo con la narrazione e che essa vive con noi fin da bambini. Un'esperienza presente in misura diversa in tutti noi che mi piace ricondurre alla scuola, luogo di apprendimento formale, che ha bisogno di rigore procedurale non di scelte dettate dalla logica del programma e degli ancora attuali piani di lavoro e dai voti.
Sono partita in questa riflessione dicendo che è importante dare voce alla scuola, a quella che c'è e a quella che ancora fatica a esprimersi, privilegiando il metodo trasmissivo alimentato anche dai programmi per concorrere a una cattedra per il ruolo.
Forse per questo continuo a pensare che, in una situazione grave come quella che viviamo, dovremmo provare ad alzare lo sguardo sulle scelte che commissioni di esperti fanno ai futuri insegnanti e su ciò che propongono nel campo della formazione in servizio.
Invece sento che avanzano proposte riduttive di taglio informativo sul coronavirus, sulla DaD, sulla sicurezza, sulle tecnologie mentre si chiede ai laureati che sosterranno il prossimo concorso per il ruolo di procedere a un ripasso-studio accademico dei contenuti, fingendo di ignorare che le conoscenze ascritte a questa o a quella classe di concorso sono legittimate in percorsi universitari più o meno lunghi.
Si dovrebbero accertare le conoscenze non con riferimento alla manualistica ma al fare scuola.
Ci si interroghi una volta per tutte se è utile un insegnante capace di leggere e interpretare il mondo, avendo come unico riferimento l'apprendere a tutte le età.
La nuova frontiera è il diritto all'apprendimento sancito dalla Costituzione oggi più che mai da garantire lungo tutto l'arco della vita.

 

Caterina Gammaldi, 3 giugno  
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