Castello Normanno - immagine d'epoca
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programma del seminario
resoconti del
Seminario Nazionale CIDI
Il riordino dei cicli la scuola secondaria
Rende (Cosenza) - 24/25 novembre 2000
testi a cura di: Barbara Accetta, Daniela de Scisciolo, Ivana Ferraro, Giovanna Micciché, Assunta Morrone
coordinati da Caterina Gammaldi
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I lavori del seminario iniziano
alle ore 9.45
Presiede Mimma Orifici,
vicepresidente del Cidi di Cosenza
Saluti ai colleghi e ringraziamenti
all’Amministrazione comunale di Rende presente con l’Assessore Petrolo
(Affari Generali) che si complimenta per il livello culturale dell’iniziativa
e per l’articolazione dei lavori anche in gruppi di studio che caratterizzano
il seminario e dei quali l’assessore richiede le sintesi per ulteriori
approfondimenti.
Mimma Orifici - ore 9.45
Questa iniziativa si svolge
in un momento di straordinaria importanza per il futuro della nostra scuola,
dal momento che, dopo l’approvazione della Legge sul riordino dei cicli
del febbraio 2000, si sono conclusi i lavori della Commissione cui era
stato affidato il compito di delineare un piano per introdurre gradualmente
tutte le novità fissate dalla legge, in collegamento con l’autonomia
della scuola, il decentramento amministrativo e la riforma del Ministero.
Il programma quinquennale di progressiva attuazione della legge 30/2000
è stato approvato dal consiglio dei ministri e presentato alle camere
che entro 45 giorni, hanno il compito di deliberare gli indirizzi relativi
ad ogni aspetto del piano che, inviato alle scuole, sarà oggetto
di un ampio confronto fra i docenti chiamati a dare un contributo essenziale
per la definizione dei curricoli disciplinari prima che le Commissioni,
all’uopo istituite, provvedano alla loro elaborazione e relativa stesura.
Il seminario si inserisce
in una fase particolarmente vivace del dibattito
culturale e dello scontro
politico, in questi ultimi mesi, si è sviluppato intorno alla scuola.
Mai, come in questi mesi
la scuola è stata al centro di tanta attenzione, mai come adesso
si è tanto parlato di scuola, e di insegnanti.
Questo dibattito serrato
sul nostro sistema formativo è, certo, testimonianza di un elemento
di grande rilievo: è, infatti, ormai diffusa e consolidata la convinzione
che la scuola ha oggi un ruolo strategico per lo sviluppo non solo culturale
e politico ma anche economico e sociale del nostro paese e che è,
attraverso l’istruzione che gli individui si renderanno padroni del loro
futuro dal momento che, nella società della conoscenza, sarà
decisiva la posizione di ciascuno nello spazio del sapere.
Molti sono però i
rischi di una strumentalizzazione politica del confronto,
dal momento che è
già in atto nel nostro paese, anche in vista della prossima campagna
elettorale, uno scontro a volte anche aspro tra chi sostiene la necessità
di riformare e qualificare il nostro sistema formativo e chi cavalca strumentalmente
il malcontento o l’atteggiamento ostile di coloro che, pur consapevoli
della crisi della scuola e della necessità di cambiare tutto il
sistema scolastico, per paura del nuovo si trincerano nella nostalgia del
vecchio.
Ecco perché ci sembra
che grande importanza assuma questo nostro seminario che si propone di
ampliare ed approfondire la riflessione sui temi di una riforma che è
certamente di portata storica, se si considera che:
-
È la prima volta, dopo
le riforme casati e gentile che una legge ordinamentale dell’intero sistema
scolastico viene approvata in un regime democratico
-
Giunge dopo 77 anni dalla riforma
gentile e dopo decenni di provvedimenti Parlamentari o più spesso
amministrativi che hanno riguardato i singoli pezzi del sistema scolastico
e mai il sistema nel suo complesso.
-
La legge inoltre costituisce
il quadro di riferimento in cui collocare tutti gli altri provvedimenti
normativi che hanno coinvolto la scuola in questi ultimi anni: l’autonomia
scolastica, la legge n. 9/99 sull’elevamento dell’obbligo d’istruzione,
l’obbligo formativo esteso fino al compimento del 18 anno d’età,
i nuovi esami di stato, la riforma dell’amministrazione scolastica.
Questo quadro di riferimento
ridisegna la fisionomia e l’asse formativo della nuova scuola e offre,
a nostro parere l’opportunità di avviare a soluzione i nodi
critici irrisolti del nostro sistema formativo che hanno prodotto in questi
anni gravi fenomeni di insuccesso scolastico, di selezione, di emarginazione.
I tassi di ripetente e di abbandono che caratterizzano il nostro sistema
scolastico risultano, infatti, troppo elevati rispetto agli altri paesi
europei e sono ormai inaccettabili, l’istruzione che la scuola è
riuscita a dare in questi ultimi decenni si rivela spesso debole
e poco adeguata rispetto alla complessità della società in
cui viviamo e una quota di popolazione adulta, sia pure secolarizzata rischia
di essere spinta verso forme di progressivo abbandono di quelle conoscenze
e competenze necessarie per vivere, lavorare ed essere padroni della propria
esistenza.
-
L’eccessiva frammentazione e
al discontinuità che hanno caratterizzato finora i percorsi scolastici
sono state certamente fra le cause più determinanti dei gravi problemi
a cui abbiamo fatto riferimento.
-
Se poi si osserva più
attentamente la scuola superiore non si può non vedere la rigidità
dei percorsi scolastici, la canalizzazione rigida, la frammentazione in
circa 243 indirizzi, la struttura gerarchica degli indirizzi.
Molte sono le novità
presentate dalla legge
-
Essa generalizza la scuola dell’infanzia
assicurando ai bambini e alle bambine di età compresa tra i tre
e i sei anni la possibilità di frequentarla;
-
Divide in soli due cicli
il percorso scolastico
-
Propone una scuola secondaria
articolata in quattro grandi aree
-
Anticipa a 18 anni la conclusione
del percorso scolastico
-
Colloca la scuola nell’ottica
dell’educazione permanente
-
Raccorda scuola dell’infanzia
e ciclo di base e ciclo di base e ciclo secondario
-
Collegandosi alla legge n. 9
e n. 144, rende obbligatorio il biennio della secondaria e propone fino
a 18 anni l’obbligo formativo…
-
Consente agli alunni nei primi
due anni della secondaria di passare da un modulo all’altro…
-
Prevede per i docenti un progetto
di riqualificazione del personale…
Le novità proposte possono
migliorare la qualità e l’efficacia del sistema?
-
Possono combattere concretamente
la dispersione, la selezione, la demotivazione dei nostri giovani?
-
Possono rendere concrete le
impegnative affermazioni della Costituzione che stabilisce che la repubblica
è tenuta a garantire il pieno sviluppo della persona umana e a rimuovere
gli ostacoli che impediscono la partecipazione alla vita del paese?
-
Possono portare ad un accertato
e accertabile innalzamento qualitativo del livello degli studi?
-
Coniugano democrazia ed efficacia?
A noi sembra di si:
1. va in questa
direzione l’aver inserito a pieno titolo la scuola dell’infanzia nel sistema
d’istruzione
2. l’aver puntato sulla
continuità superando l’attuale frantumazione in ordini e gradi
3. l’aver proposto una scuola
secondaria senza gerarchie e indirizzi.
4. l’aver ragionato di una
scuola collocata nell’ottica dell’educazione permanente
5. aver raccordato scuola
dell’infanzia e ciclo di base
6. aver raccordato ciclo
di base e ciclo secondario
7. …
Il Piano di attuazione approntato
dalla Commissione e presentato alle camere conferma le nostre speranze
e aspettative migliori.…..
La costruzione del percorso
è ancora tutta da fare e molti sono ancora i nodi da sciogliere:
non è indifferente
il come e il dove si insegna il patrimonio di conoscenze e valori che ogni
società ha il compito di consegnare alle generazioni successive
e che costituisce l’identità culturale del paese, della sua storia,
delle sue prospettive per il futuro;
non è indifferente
la definizione dei curricoli, dell’organizzazione, della didattica di come
le conoscenze possano diventare per tutti competenze
se non si mette in discussione
la scuola della sola lezione frontale.
Su tutti questi aspetti
rifletteremo nell’arco di queste due giornate di seminario sull’assetto
che avrà la secondaria nel riordino dei cicli. Questa scelta di
puntare i riflettori sul segmento del sistema formativo segue il seminario
nazionale dedicato alla scuola di base nel mese di giugno.
Emanuele Barbieri - ore 10.15
Ragioni, finalità
e obiettivi della riforma - La presentazione del piano attuativo della
legge 30 ha riaperto le polemiche, che fanno leva su alcune giuste polemiche
del personale della scuola. La polemica riguarda:
-
la riduzione della durata della
scuola di base (da 13 a 12 anni), il che significa per alcuni la riduzione
della qualità dell’istruzione.
-
la mescolanza dei bambini e
degli adolescenti.
-
la distruzione della scuola
elementare
-
la riduzione della scuola alle
esigenze della logica d’impresa, proprio da parte di chi parla dell’istruzione
come di informatica e di inglese soltanto.
C’è grande confusione
ed è necessario fare chiarezza. Bisogna partire dall’esame della
situazione: questa riforma era necessaria?
QUANTI ALUNNI SI ISCRIVONO
ALLE SCUOLE MEDIE E QUANTI NE' ESCONO? IL 94,4 % DEGLI ISCRITTI ARRIVA
ALLA LICENZA MEDIA, DI CUI IL 90% SI ISCRIVE ALLA SCUOLA SUPERIORE E SOLO
IL 70% ARRIVA ALLE SUPERIORI. Vale a dire dei mille iscritti alla scuola
media solo settecento conseguono il diploma e di questi solo il 16% arriva
alla laurea cioè 158 completano la formazione. Inoltre dopo il diploma
l’unico percorso è quello universitario. Quindi c’è da riorganizzare
il sistema di formazione; la legge 30 non riguarda soltanto l’organizzazione
della scuola dal punto di vista dei cicli ma prevede:
-
l’obbligo formativo a 18 anni
-
la definizione di percorsi post
- secondari
-
il sistema della formazione
continua
-
la generalizzazione della scuola
dell’infanzia
La scuola italiana ha visto
un innalzamento della percentuale di diplomati; dal 50% al 60 – 70%, questo
è merito di coloro che nella scuola operano ma il sistema scolastico
vigente è strutturalmente predisposto alla selezione, inoltre i
243 indirizzi, di cui il 75% è costituito dall’istruzione tecnica
e professionale non garantiscono la formazione.
Se si fosse trattato solo
di un problema di quantità non sarebbe stata necessaria una legge.
In realtà la scuola,
pur avendo fatto molto nell’ampliamento dell’istruzione dei cittadini non
riesce ad incidere sull’effettiva eguaglianza dei cittadini (art. 3 e 4
della Costituzione con cui si stabilisce che si deve garantire a tutti
i cittadini il diritto all’istruzione ed al lavoro).
L’attuale sistema dunque
non è riuscito ad incidere su:
-
riduzione delle disuguaglianze
di partenza
-
valorizzazione delle differenze
per la rigidità dei percorsi
scolastici che non rispettano le diverse attitudini e i talenti degli studenti
cosicché del 30% che non arriva al diploma solo il 5% consegue una
qualifica professionale.
Per comprendere le ragioni
e le finalità della legge 30 è emblematico l’articolo 1 che
recita “il sistema d’istruzione e formazione è finalizzato alla
crescita della persona nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva,
delle differenze e delle identità di ognuno” nel rispetto della
Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU.
Si tratta dunque di verificare
se l’impianto della riforma è adeguato a queste finalità
e a quelle di sviluppare attitudini personali adeguate al mondo del lavoro
ed alle specifiche realtà territoriali.
Un punto rilevante
della legge è di porre al centro della formazione il soggetto che
apprende per, rilevandone i livelli di partenza, programmare – progettare
interventi adeguati a garantire il successo formativo dentro il sistema
dell’istruzione o dentro il sistema formativo fino a 18 anni.
Connesso a questo punto
è l’altro che senza un adeguato livello di istruzione di base, il
cittadino si troverà nell’arco della sua vita in serie difficoltà.
Dopo trent’anni in cui non
si è riusciti per incapacità politica e culturale a riformare
la scuola in questo senso, il ministro Berlinguer ha proposto una legge
quadro che non ha però espropriato il Parlamento della sua funzione.
Difatti il piano attuativo presentato dal ministro De Mauro alle Camere
verrà discusso ed eventualmente modificato. Il calendario della
discussione prevede l’8 dicembre il dibattito alla Camera. Successivamente
passerà al Senato. In seguito sarà definito l’impianto dei
curricoli.
Alle obiezioni in merito
alla mancanza dei Programmi si può rispondere che questi possono
essere definiti solo dopo la determinazione di finalità e obiettivi.
Anche il termine di “programmi” deve essere rivisto, difatti, oltre agli
obiettivi, devono essere definiti gli apprendimenti necessari per conseguire
le competenze attraverso i saperi indispensabili.
Quindi per passaggi successivi
verranno definiti i curricoli che terranno conto dei livelli dai tre ai
diciotto anni.
Per la riforma si dovrebbe
partire dal 2001 per la prima e la seconda classe; il ciclo sarà
completo nel 2012.
Definito il curricolo la
parola passa alle scuole perché con l’autonomia le scuole diventano
protagoniste della curricolazione. Infatti, le scuole nel POF integrano
la quota nazionale con quella loro riservata cioè quella individuata
sulla base del contesto e che non deve essere intesa in senso disciplinare
stretto ma essenzialmente per rispondere alle esigenze del soggetto che
apprende.
Il Piano dell’Offerta
formativa fra indirizzi nazionali e realtà locali - Il POF è
il punto d’incontro in cui si coniugano le due leggi, dell’autonomia e
del riordino dei cicli. Viene elaborato dal Collegio dei docenti che ha
la responsabilità educativo – formativa e richiede un rapporto complesso
con il territorio che nella legge dell’autonomia è troppo lasciata
al dirigente.Viene adottato dal Consiglio d’Istituto che dovrà adeguare
scelte di carattere organizzativo – amministrativo a quelle pedagogico
– didattiche elaborato dal Collegio dei Docenti. Il POF deve essere notificato
(reso pubblico): esplicitazione degli obiettivi, delle strategie ma anche
delle azioni di valutazione.
La scuola dell’autonomia
richiede la costruzione di sistemi di valutazione, valutazione senza valore
fiscale esterno ma valutazione formativa.
La valutazione dovrebbe
riguardare tutto il sistema: per passare dall’unicità del sistema
centralistico dirigistico ci vuole più “governo” della scuola, anzi
del sistema. La scuola che si propone di innalzare la qualità ha
bisogno di un sistema di valutazione continuo. Spetta agli Organi regionali
per esempio istituire un’anagrafe degli alunni prosciolti ma che non hanno
assolto all’Obbligo e seguirne il percorso per progettare interventi e
migliorare.
Il compito della valutazione
spetta all’Istituto di valutazione nazionale ma anche agli organismi regionali
e locali.
Da qui la necessità
della riforma del ministero che sta per essere varata.
Le diffidenze degli insegnanti
devono essere superate con l’informazione corretta perché la riforma
della scuola deve essere fatta con il loro coinvolgimento.
Mario
Ambel - ore 11.05
Il ciclo secondario:
criteri per la riorganizzazione dei curricoli - Come già sottolineato
da Emanuele Barbieri, vi è un grande cambiamento qualitativo che,
al di là dell’impianto di tipo tradizionale (biennio/triennio),
investe la scuola superiore. Un cambiamento di portata epocale come è
il riordino dei cicli non si improvvisa, non si può pensare che
tutto sia già pronto e definito, bisogna partire dalla considerazione
che si sta avviando un processo di costruzione progressiva e graduale del
cambiamento in cui le scuole e i docenti diventano protagonisti. In questo
processo dobbiamo evidenziare la rivedibilità e l’applicabilità
dei curricoli come dati transitori e non permanenti.
Fra i perché della
necessità della riforma va ribadita ed esaltata l’esigenza di riscrivere
i curricoli fra i 3 e i 18 anni, o meglio fra i 3 e i 24/25 anni, tenendo
conto delle trasformazioni in atto anche nel mondo universitario; questa
esigenza è forte nel Paese che ne ha bisogno addirittura a prescindere
dal riordino dei cicli.
Nei criteri di carattere
generale vanno tenuti presenti tre punti:
1. la riflessione
su curricolo ed autonomia;
2. cosa si intende per curricolo;
3. perché è
necessario individuare criteri generali di coerenza verticale ed orizzontale
del curricolo.
Per quanto attiene il primo
punto, la scelta coraggiosa fatta dal Ministro, di ampliare la quota integrativa
del curricolo prevedendo che possa giungere fino al 40% per il triennio
del ciclo secondario, affida alla scuola una responsabilità istituzionale
che va a contrastare la tendenza prevalente di questi primi due anni di
sperimentazione durante i quali si è favorito l’integrativo e l’extracurricolare
a “danno” degli obiettivi curricolari fondamentali. Bisogna lavorare perché
i primi due anni del ciclo secondario, che sono i più impegnativi,
garantiscano realmente i diritti di cittadinanza e la reversibilità
delle scelte effettuate a 12 anni.
Il curricolo ha in sé
tre grandi significati:
-
il profilo di uscita degli allievi
in termini di competenze certificabili (Quali? Quante? In che rapporto,
per esempio, con la formazione professionale);
-
il governo dell’insieme delle
variabili dei processi di insegnamento/apprendimento da parte delle istituzioni
scolastiche: costruire un ambiente formativo per garantire quegli obiettivi
che sono al centro dell’autonomia scolastica;
-
il terzo punto si salda al perché
sia necessario individuare i criteri generali di coerenza verticale e orizzontale;
nel lavoro che ci attende sarà bene fare un elogio dei criteri astratti,
delle cosiddette premesse che spesso vengono saltate a piè pari
e che invece devono entrare a pieno titolo nella costruzione concreta del
curricolo.
Sostenibilità, rivedibilità
ed essenzialità dei curricoli divengono elementi concreti se ci
si impegna a lavorare su criteri comuni, se ne viene prevista una “manutenzione”,
se non confondiamo essenzialità con banalizzazione.
I criteri di coerenza verticale
sono quelli di progressività, di gradualità, di ridisegno
dei rapporti fra continuità e discontinuità; per la coerenza
orizzontale bisogna sforzarsi di superare il conflitto fra trasversalità
e disciplinarietà perché è nella prima che si fondono
le garanzie della coerenza verticale dei curricoli: criticità, storicità
e problematicità hanno senso se tutte le discipline concorrono a
dare concretezza a questi criteri.
Riscrivere i curricoli,
provando a chiedersi come discipline diverse concorrono per garantire ai
soggetti che apprendono elementi fondanti ed elementi di contorno: questa
è la sfida; insieme ad essa c’è la preoccupazione per i segnali
poco rassicuranti che vengono dalle scuole. Proprio perché la riforma
non si fa senza gli insegnanti, che oggi sono fra l’altro in una età
“difficile”, essi vanno sì incentivati in termini economici e di
riconoscimento sociale ma anche invitati ad accettare questa sfida avendo
il coraggio di “buttare “ il cuore oltre l’ostacolo.
dopo la pausa pranzo il seminario continua i lavori articolato nelle seguenti commissioni:
- Ambito linguistico letterario - coordinatori, Anna Baglione/Caterina Gammaldi
- Ambito storico - coordinatore, Antonio Brusa
- Ambito matematico - coordinatore, Giuliano Spirito
- Ambito scientifico – coordinatori, Carlo Fiorentini/Alfredo Mazzoni
- Ambito tecnologico - coordinatore, Sergio Albani
- Area artistica e dei beni culturali - coordinatore, Walter Moro
Sintesi
delle Commissioni di lavoro - ore 15.00
Area linguistico-letteraria
- Anna Baglione/Caterina Gammaldi
La costruzione del curricolo
ha a che fare con la professionalità insegnante, con la capacità
di riflettere sul proprio lavoro con cultura e passione, di essere professionisti
dell’apprendimento e intellettuali capaci di fare scelte.
In ambito linguistico sembra
opportuno riprendere dalla lettura delle dieci tesi per un’educazione linguistica
democratica e in via preliminare dalle “dieci regole su cui basare l’educazione
linguistica nella scuola nuova che nasce, nella scuola democratica” (T.
De Mauro 1975 intervento al convegno nazionale del CIDI sugli organi collegiali),
venticinque anni dopo quell’esperienza, avendo la consapevolezza culturale
e professionale degli insegnanti che a quel testo hanno fatto riferimento
nel fare scuola quotidiano.
Ed è proprio a partire
da alcune questioni sollevate nel dibattito nella commissione di lavoro
di questo seminario che sembra opportuno consegnare alcuni criteri – guida
per la definizione dei curricoli nell’area linguistico – letteraria.
Aver chiare 25 anni dopo
idee e utopie dell’educazione linguistica democratica consente di riprendere
l’elaborazione a partire dal sapere della scuola, a partire dal ruolo del
linguaggio nella ridefinizione dei processi formativi, elaborazioni e ipotesi
di ricerca applicata presenti nell’esperienza professionale dei docenti
che su questi elementi hanno fondato le proprie scelte culturali e didattiche
promovendo e realizzando percorsi significativi.
Sembra opportuno, anzitutto,
dover segnalare i bisogni formativi nella fascia d’età 13 – 18,
senza trascurare le acquisizioni sul versante del processo di insegnamento
– apprendimento nella fascia d’età immediatamente precedente (11
– 12), se si vuole in tutto il percorso formativo (a partire dalla scuola
dell’infanzia) per garantire: - “coerenza verticale dell’itinerario formativo
e coerenza orizzontale dei singoli segmenti, attraverso una risorsa sistemica
delle aree di sapere e di esperienza”. (Mario Ambel)
Più concretamente,
concentrando l’attenzione sulla fascia d’età 11 – 16 (come si vede
dentro l’attuale scuola media e nel primo anno del triennio della secondaria
superiore), non essendo ancora risolto compiutamente il processo di acquisizione
della lingua scritta (con particolare riguardo alla concettualizzazione)
si evidenzia come sia fondamentale ancora promuovere e praticare
-
il rafforzamento delle abilità
di base
-
un approccio costruttivo, critico
e ragionato alla conoscenza
-
il possesso di tutti quegli
strumenti linguistici in grado di consentire operazioni mentali di vario
tipo, tra gli altri decodificare testi e materiali diversi vs la piena
comprensione di linguaggi formalizzati (discipline), vs il pieno utilizzo
delle categorie di analisi e di interpretazione, un terreno di lavoro più
che mai attuale (v. pervasività dell’informazione, nuove tecnologie
dell’informazione e della comunicazione, internet).
A riguardo sembra potersi affermare
che non sono indifferenti le forme organizzative prescelte ed adottate
(più in generale le scelte fatte nell’ambientazione didattica ove
esistano le condizioni di autonomia per realizzarle).
E’ condivisa l’esigenza
di riflettere sulla mediazione culturale, attraverso la ricerca sull’insegnamento,
con una particolare cura al rapporto di cooperazione insegnante – allievo
ai diversi livelli di età, nella direzione di una rinnovata attenzione
ai processi di ricostruzione della conoscenza ed ai contesti di apprendimento.
Il lavoro sui curricoli
in ambito linguistico – letterario non può prescindere da una rinnovata
attenzione:
-
al processo di lettura e scrittura
(alle fasi del processo, alle operazioni di concettualizzazione e di verbalizzazione)
-
allo sviluppo integrato delle
abilità linguistiche
-
alla narrazione
-
all’argomentazione
-
alla fruizione dei messaggi
estetici
-
al rapporto lingua – letterature;
lingua italiana – lingue comunitarie; discipline – linguaggio (sul versante
delle abilità di studio e dei linguaggi disciplinari)
-
al terreno degli standard e
degli indicatori linguistici (contesto europeo e internazionale)
con particolare riguardo al concetto di competenza alfabetica.
-
al terreno della certificazione
delle competenze e della valutazione dei fatti linguistici
-
all’ambientazione didattica
(spazi, tempi, modalità, strumenti e strategie).
Quanto all’insegnamento della
letteratura sembra di poter formulare alcune proposte anzitutto:
-
la centralità della lettura
del testo e l’attività di interpretazione (la classe – laboratorio
come circolo ermeneutica,luogo di apprendimento cognitivo. In relazione
alle diverse fasi del curricolo (biennio/triennio)
-
per quale lettore? con quale
obiettivo formativo prevalente?
-
con quali flessibilità
e “curvature” rispetto agli indirizzi?
-
con quale varietà di
testi e linguaggi e con quali diversi approcci testuali?
-
con quali modalità di
lavoro nel contesto della classe?
-
come fondamentale nella lettura
del testo letterario il momento della storicizzazione
-
come si pone nel biennio, dove
appare centrale motivare/rimotivare al gusto della lettura?
-
nel triennio, dove diviene centrale
l’attività complessa dell’interpretazione, qual è il
rapporto con la storiografia letteraria? Ad esempio nei percorsi letterari
e per generi come evitare la frantumazione e la perdita della dimensione
della storicità?
-
la lettura dei classici ha a
che fare con il patrimonio di valori e di immaginario che la scuola intende
oggi conservare e trasmettere (a riguardo ci sembra opportuno segnalare
la questione della relatività del canone, la necessità della
prospettiva europea, la quota di curricolo riservata alle scuole, il problema
delle scelte da parte dell’insegnante.
“Il salto di qualità
e quantità delle conoscenze di scienze linguistiche richiesto agli
insegnanti è impensabile senza l’organizzazione di adeguati centri
locali e regionali di formazione e informazione linguistica e educativa.
E’ un problema amministrativo e civile: è un problema politico.
E politico, amministrativo e civile è il problema della ristrutturazione
dei meccanismi di formazione e reclutamento del futuro personale insegnante,
che fin dall’università, qualunque cosa vada a insegnare, deve essere
dotato di quel necessario corredo di conoscenze linguistiche che, oggi,
restano fuori della porta dell’università italiana. Ed è
ancora una volta anche amministrativo, certamente civile e in sostanza
politico il problema di ribaltare i modi tradizionali di educazione o,
se si vuole di diseducazione linguistica, di trasformarli in maniera tale
da rendere tutti quanti ( e non solo i pochissimi che l’educazione linguistica
se la fanno e la ricevono a casa) padroni delle varie capacità linguistiche”.
(….) (De Mauro 1975 intervento citato in premessa)
Una scelta irrinunciabile
venticinque anni dopo!
Area tecnologica –
Sergio Albani
La tecnologia come approccio
originale alla conoscenza, fattore di cultura o di formazione generale,
protagonista nei fatti, nel nostro vivere quotidiano, non è però
ugualmente protagonista nella coscienza culturale affermata.
La costruzione del “pensiero
tecnologico” in tutto il processo di insegnamento – apprendimento, è
necessario per far acquisire e sviluppare un atteggiamento mentale problematizzante,
fondato sulla flessibilità e criticità indispensabile per
potersi confrontare consapevolmente con i nuovi scenari delineati dagli
attuali modelli e soprattutto di pratica di vita.
La tecnologia si pone, nei
confronti del mondo, in termini di atteggiamento progettuale e creativo;
atteggiamento quindi dinamico di relazione rispetto alla dimensione umana
e naturale, indispensabile per il nostro progetto di vita.
Gradualità - Una
prima ipotesi per il curricolo
-
la conoscenza e l’uso degli
oggetti tecnologici primari – primo livello:
-
avviare in modo facilitato la
lettura e la consapevolezza della struttura, della funzione, del significato
sociale, della forma e delle conseguenze della presenza degli oggetti tecnologici.
-
la conoscenza del contesto:
in cui l’oggetto tecnologico opera e funziona, inclusi i comportamenti
individuali e collettivi collegati ad esso.
-
Le reti tecnologiche: conoscenze
e competenze per un utente consapevole.
-
Il quadro dei processi tecnologici
(bisogni sociali, progettazione, produzione, distribuzione, etc…).
-
La valutazione di impatto ambientale,
il concetto di sviluppo sostenibile, la gestione energetica etc…).
-
Le eco tecnologie, le questioni
di etica e bioetica collegate all’uso e sviluppo della Tecnologia.
-
Gli elementi di design e di
arti applicate.
-
La conoscenza delle principali
tappe storiche dello sviluppo tecnologico.
Obiettivi - Una formazione unitaria
ed integrata per cogliere la specificità e la distinzione delle
forme culturali umanistiche, scientifiche e tecnologiche, dotate di una
loro autonomia, ma anche per favorire la necessaria sintesi dei diversi
saperi con l’operatività.
La ricerca di equilibrio
fra la valenza concettuale e quella strumentale che caratterizza la didattica
di ogni disciplina, è ancor più necessaria per la tecnologia
che ha cambiato, oltre i canali, anche la sostanza del nostro modo di comunicare.
Attività - Il laboratorio
come luogo dell’apprendimento, non necessariamente uno spazio fisico determinato,
piuttosto come metodologia del processo di insegnamento-apprendimento.
Nel laboratorio, “ridare spazio alle mani, agli occhi, al corpo”, vuol
dire, innanzi tutto, procedere alla concettualizzazione delle esperienze
vissute, fortemente ancorate ai contesti socio – economici e culturali
in cui si sono sviluppate, la loro ricostruzione e la loro rielaborazione
simbolica.
Conoscere i supporti tecnici,
saper formalizzare processi mentali e progetuali, organizzando i segni
in modo tale da saper interpretare e leggere la realtà del “costruito”,
diventa un obiettivo di fondo.
Saper acquisire linguaggi
specifici per il trasferimento delle informazioni tale da rendere efficace
e produttiva, ed oggi soprattutto interattiva, la “comunicazione”, significa
soprattutto saper scegliere il linguaggio più approripriato al contesto.
E’ proprio il laboratorio
il luogo infine dove è possibile che la “rappresentazione” nei vari
campi si possa concretizzare attraverso processi di modellizzazione analogica
e/o digitale.
Area scientifica –
Alfredo Mazzoni
L’imminente lavoro di rielaborazione
dei curricoli collegati alla riforma dei cicli impone di aprire un grande
dibattito sugli insegnamenti scientifici, sugli obiettivi certi da perseguire
nei cicli primario e secondario, con la convinzione che esso non significa
solo affrontare una problematica settoriale della formazione, quanto invece
una questione fondamentale del sistema scolastico e della cultura stessa
del Paese.
In effetti la posta in gioco
è il superamento dell’impostazione di stampo idealistico che ha
tradizionalmente connotato la nostra scuola e che tuttora caratterizza
nonostante i tanti ritocchi degli ultimi decenni. E’ infatti davvero necessario
che le scienze che oggi più che mai rivelano la loro profonda connessioni
con le condizioni di vita degli uomini e delle donne, con i loro valori,
con la stessa esistenza, entrino a far parte come elementi imprescindibili
di una più compiuta formazione umanistica e di conseguenza è
necessario che nella nostra scuola il sapere scientifico venga considerato
cultura nel senso pieno del termine.
La biologia è stata
tradizionalmente poco valorizzata relativamente al suo insito potenziale
formativo ma anche in relazione ai prodigiosi sviluppi che essa ha fatto
registrare in questo secolo, e questo deve essere considerato come problema
così come molto opportunamente ci fa riflettere Paolo Rossi quando
afferma “la storia della scienza e della tecnologia è essenzialmente
ultracontemporanea e ciò dovrebbe indurci a riflettere seriamente
sulle assurdità e sui pericoli di una situazione come quella italiana,
nella quale la cultura dominante, quella che viene insegnata nelle scuole
ed è assunta come parametro di giudizio per valutare il grado di
istruzione delle persone continua a nutrirsi di contenuti della ricerca
ottocentesca per cui si può dire, paradossalmente, che oggi, qui
da noi soprattutto, la cultura finisce laddove la scienza comincia.
E’ facile per tutti constatare,
senza comodare statistiche internazionali, come la scienza venga recepita
dal pubblico più vasto attraverso un velo deformante di pregiudizi
e di approssimazioni.
Per raggiungere standards
formativi migliori è forse opportuno attenuare la quantità
di nozioni da trasmettere, individuando concetti fondamentali che hanno
valore strutturante e generativo di conoscenze ulteriori e che assumono
un valore formativo rispetto alle competenze di cui sono i supporti; assegnando
magari più peso alle modalità dei processi di apprendimento,
dedicando più tempo alla riflessione, alla concettualizzazione,
allo sviluppo del linguaggio, nella consapevolezza che non è tanto
più importante trasmettere informazioni quanto fornire i metodi
per accedere ad esse e per saperle criticamente rielaborare.
Area scientifica –
Carlo Fiorentini
-
È necessaria una rivoluzione
copernicana nell’insegnamento scientifico.
-
Libro bianco della CEE (Madame
Cresson) 1996 - Sintesi di Maragliano del lavoro dei saggi 1997 -
Sintesi di antiseri della Commissione De Mauro 2000.
-
Perché va fatta questa
rivoluzione?
-
Perché l’insegnamento
è inefficace sul piano specifico delle conoscenze disciplinari.
-
Perché fornisce un’immagine
falsa della scienza
-
Perché non contribuisce
conseguentemente ad una formazione democratica.
-
L’insegnamento scientifico è
sempre ancorato ad una visione ottocentesca, positivistica della scienza,
centrata sulla nozione di verità assoluta.
-
Le rivoluzioni scientifiche
di questo secolo (Einstein, ecc.) e la rivoluzione epistemologica degli
ultimi cinquant’anni hanno modificato radicalmente le concezioni sulla
scienza:la dimensione dell’ipotesi ha assunto un ruolo centrale sia in
riferimento alla scoperta che alla nozione di verità.
-
Anche le teorie più solide
debbono essere considerate ipotesi.
-
La scienza cerca di spiegare
il noto per mezzo dell’ignoto.
-
La scienza è continua
rimessa in discussione anche delle teorie più consolidate, è
atteggiamento critico, è critica della tradizione.
-
La cultura del novecento si
realizza non tanto sul terreno dei contenuti, quanto nel veicolare quotidianamente
nell’insegnamento scientifico un’immagine, epistemologicamente adeguata,
della scienza.
Area storica – Antonio
Brusa
Ipotesi di curricolo verticale
-
Grammatica della storia, in
raccordo con la scuola dell’infanzia, fino al 5° anno del ciclo primario.
-
Storia generale, attraverso
quadri e non sintesi di processi o di eventi, studiata una sola volta e
bene: ultimi due anni del ciclo primario e i primi due del ciclo secondario.
I due anni del ciclo secondario saranno dedicati allo studio dell’ottocento
e del novecento, considerata anche la possibilità di “uscita”, a
conclusione dell’obbligo scolastico.
-
Area di approfondimento di temi
e problemi, con tempi ben definiti, negli ultimi tre anni del ciclo secondario
e in raccordo con l’università.
Condivisa questa articolazione,
si passa all’analisi dei singoli m omenti: in particolare dell’area di
approfondimento con la proposta dei seguenti temi da trattare con modalità
modulare e laboratoriale, partendo dal criterio della significatività:
temi di interesse comune che richiedono un intervento comune:
-
Ambiente
-
Migrazioni, discriminazioni,
culture
-
Lavoro
-
Novecento: guerre (interne,
esterne, mondiali, locali)
Rivoluzioni industriali
Stato e consenso
Unità e disunità
Identità in rapporto a locale/globale
I temi proposti devono
tenere conto delle dimensioni micro e macro e delle possibili “curvature
in relazione agli indirizzi e alle specificità (anche territoriali)
delle scuole.
La dimensione micro, al
di là di ogni localismo e banalizzazione, dovrebbe far leva sull’aspetto
metodologico e di ricerca (ad esempio l’emigrazione locale attraverso i
ricordi di famiglia: lettere, foto, interviste).
Da tenere presente, infine
il problema della formazione dei docenti e della produzione dei materiali
didattici.
Area matematica – Giuliano
Spirito
Carattere strategico del
sapere matematico - Un sapere è strategico se:
1. patrimonio di
conoscenze e competenze fondanti;
2. strumento di lettura
della realtà intesa come esperienza: non solo matematica di servizio;
3. chiave di accesso ad
altri saperi e necessità di stabilire una gerarchia di saperi e
competenze.
Il sapere matematico soddisfa
i tre requisiti.
Matematica e lingua - Le
competenze linguistiche hanno un ruolo centrale nell’apprendimento. L’analisi
del linguaggio va affrontata nello studio della matematica come in quello
dell’italiano. Il lavoro sulla lingua si concretizza nella cercare di sviluppare
la capacità di contestualizzare e la capacità di gestire
il rapporto sintassi/semantica: sviluppo di un’attenzione ai modi dell’argomentare
-
che nel documento del marzo
’98 era demandata alla filosofia (Pontecorvo).
Le competenze sono traguardi
su lunghi periodi, conoscenze resistenti e che si sanno usare in situazioni
diverse.
Esempi di competenze specifiche:
-
avere il senso del numero e
del simbolo;
-
contare e avere la consapevolezza
delle operazioni;
-
costruire modelli…
Suggerimenti
No al carattere
enciclopedico.
Approccio operativo: costruzione
di concetti vs trasmissione.
Esperienza sensata.
Laboratorio sempre, non
come fatto occasionale.
Dimensione storica: passaggi
cruciali
Riflessioni
-
Come caratterizzare il passaggio
dal primo al secondo ciclo?
-
Come caratterizzare il passaggio
dall’obbligo al non-obbligo?
-
Come specializzare il discorso
degli indizi?
Conclusioni
-
Definire un’area disciplinare
logico – matematico informatica: no alla centralità dell’asse algebrico
– analitico; no alla matematica ridotta a matematica di servizio.
-
Lavorare intorno a pochi concetti
fondanti.
-
Puntare su una prima acquisizione
di alcune componenti fondamentali della sapienza matematica.
Ad esempio, non puntare sulla
differenza concreto/astratto ma sulla differenza fra:
-
Matematica semanticamente forte
-
Matematica che ha significato
solo sul terreno del gioco formale
-
Per una scelta di contenuti:
-
Consolidare il biennio chiusura
dell’obbligo: un’ottica in cui l’obiettivo è di fornire le conoscenze
fondamentali che configurano una capacità di lettura e di intervento
consapevole nella vita sociale, non giustifica l’asse algebrico – analitico.
-
Sfrondare i contenuti.
-
No Analisi alle superiori.
-
Stabilire esattamente quello
che si deve fare, ovviamente non con programmi scritti una volta per tutte.
*******
Alle ore 9.45 inizia la
seconda giornata di lavoro del seminario, presiede Sofia Toselli
Domenico
Chiesa - ore 10.00
Obbligo scolastico e
formativo - Manca al mosaico pensato da Berlinguer il tassello del
curricolo. Il tono polemico di questa affermazione può essere
messo da parte se si pensa alle realtà delle scuole in questi ultimi
anni. Si innesca un forte scompenso fra il processo in atto e la consapevolezza
che la scuola ne ha. La scuola si sente estranea, è fondamentale
che nei prossimi mesi sia coinvolta, se diventasse protagonista, la riforma
sarebbe attuata.
Non si può
continuare a vivere nelle scuole solo della quotidianità. Tuttavia
essere in campagna elettorale impedisce il crearsi di un vero dibattito.
Ci troviamo di fronte ad
una riforma radicale, la riforma Gentile non trasformava ma riorganizzava
alcuni aspetti già previsti dalla Legge Casati.
Ora, il processo di cambiamento
modificherà il patto con il sociale. L’uscita dalla scuola a diciotto
anni mette tutti i cittadini in grado di corrispondere ad una formazione
non più solo di tipo scolastico o universitario, ma completa e adeguata.
Bisogna garantire un sistema
scolastico e una formazione anche dopo i diciotto anni, comunque garantire
che dopo abbiano un lavoro.
Si è ribadito il
percorso secondario di cinque anni: questa scelta investe sulla capacità
della scuola secondaria di progetare percorsi che concludano la formazione
di base per tutti i cittadini. Quindi bisogna costruire un curricolo che
sia per il quinquennio e per l’obbligo come chiusura di un percorso.
Grave è la scelta
di elevare l’obbligo formativo fino a diciotto anni. Tale scelta tiene
conto per la prima volta della necessità di una formazione per tutti.
Si tratta di grandi scelte che costituiscono una scommessa: come coniugare
l’intreccio tra scuola, formazione professionale e mondo del lavoro? La
risposta si può articolare in cinque punti:
-
obbligo scolastico – obbligo
formativo – normativa; si intrecciano quattro leggi che creano delle difficoltà:
la legge 196/97, che mette in evidenza l’intreccio che si dovrà
creare tra formazione scolastica e formazione professionale, legge9/99
che eleva l’obbligo scolastico, legge 144/99 che stabilisce l’obbligo formativo
fino a 18 anni, la legge 30/2000 legata al Regolamento dell’autonomia e
alla legge sugli esami di stato e agli IFTS. I problemi nascono da
vari aspetti: la legge 9 corrisponde nella scuola attuale all’obbligo di
un solo anno che non conclude il ciclo. Bisogna rendere veloce il processo
di cambiamento.
-
L’orientamento: come viene affrontato,
cosa deve fare la scuola media, quale l’impegno della scuola superiore.
Sull’orientamento c’è un pericolo presente, infatti esso è
una delle funzioni della scuola e non deve essere separato. Fa parte della
scuola che è, di per sé, orientante: uno studente, se non
ha una formazione adeguata, non può scegliere. Questo concetto è
espresso nella legge 9 e nel regolamento dell’obbligo: la scuola media
deve orientare le scelte, attraverso le acquisizioni di competenze culturali
che consentono agli studenti di esprimere una scelta. La legge del riordino
dei cicli ha subito delle trasformazioni: la prima stesura definiva i primi
tre anni della scuola secondaria “anni di orientamento”; sarebbe stato
un errore dal punto di vista pedagogico che avrebbe protratto il momento
della scelta. L’orientamento di questi anni è quello di consolidare
la scelta, avere gli strumenti per consolidarla. E’ la scuola che deve
attrezzarsi perché nei primissimi mesi della secondaria si individuino
le difficoltà reali e si offra la possibilità di riorientarsi.
Il biennio diventa il luogo in cui lo studente conferma la sua scelta,
anche se ora la legge 9 restringe questo tempo ad un solo anno.Le scuole
possono attrezzarsi, alcune sono già in collegamento con la formazione
professionale. Il regolamento della legge 9 stabilisce che già a
gennaio lo studente di terza media deve confermare la sua scelta. Quindi
si deve curare il raccordo tra le due scuole: il salto deve essere progettato
dai due livelli di scuola: c’è una scuola media della tutela e la
superiore attuale dell’autonomia. C’è un lungo lavoro da fare da
parte degli insegnanti del biennio e questo contraddice quanto si pensa
comunemente, che la scuola secondaria non sia toccata dal progetto di riforma.
Invece gli insegnanti del biennio sono fortemente impegnati nel preparare
questo passaggio.
-
L’accoglienza è diventata
un problema se considerata in modo ricreativo. Essa deve costituire
un primissimo momento di conoscenza del nuovo. Ma subito dopo gli insegnanti
debbono operare scelte non di cose più facili bensì più
significative per delimitare e definire le discipline. Subentra allora
per la scuola una fase delicata, i due – tre mesi in cui gli insegnanti
devono essere capaci di leggere nei ragazzi la percezione del cambiamento.
Il ragazzo deve capire dove si trova e che cosa fa. Pochissimi sono i casi
di chi ha sbagliato percorso e necessita di riorientamento. La scuola deve
costruire dei percorsi integrati con la formazione professionale. Questo
intreccio è difficile perché la formazione professionale
non riconosce i crediti della scuola: è necessario che i ragazzi
vedano riconosciuto il lavoro svolto. Il sistema delle passerelle è
molto macchinoso, è un punto da rivedere nel regolamento.
-
L’obbligo d’istruzione potrebbe
diventare una filosofia per la scuola superiore. I primi due anni sono
quelli in cui si chiude la formazione: la quota del 10% del curricolo potrebbe
essere usata dalle scuole per darle completezza. Tutti i curricoli dei
primi due anni dovrebbero avere lo stesso grado di significatività,
non nel senso del biennio unico ma nel senso di avere la stessa valenza
formativa.In Italia ci sono due modelli di curricolo: a) quello del
liceo classico; b) gli altri per “sottrazione”. Sta crescendo contemporaneamente
un modello di scuola che viene dalla formazione professionale basato sulle
competenze. Il curricolo del liceo classico non prevede competenze se non
a lungo termine. La scuola è il luogo delle competenze culturali.
La parola chiave è la significatività. L’idea della modularità
nella scuola di base è pericolosa. Per il ragazzo non facile costruire
l’unitarietà del sapere. Ecco perché dovremmo costruire un
curricolo compatto e coerente.
-
L’obbligo formativo è
attuabile, la legge 144 non è alternativa alla legge 30. Bisogna
costruire l’intreccio fra i sistemi. Si va affermando in molte province
e regioni l’idea che formazione scolastica e formazione professionale costituiscano
percorsi alternativi.
Conseguenze - Il periodo conclusivo
della formazione è legato all’istituzione scolastica che garantisce
il possesso delle competenze per il diritto di cittadinanza. La scuola
diventa il luogo di approfondimento per tutti e per tutto l’arco della
vita. Questo non può avvenire senza la consapevolezza degli insegnanti.
Franco
Baratta - ore 11.00
Tre i punti da approfondire:
1) linee del programma quinquennale; 2) alcuni aspetti della normativa;
3) problemi aperti
-
La legge 30/2000, fin dall’articolo
1, prevede un sistema complessivo di istruzione e formazione coinvolge
soggetti istituzionali diversi, un intervento riformatore complessivo che
ha l’ambizione di rivolgersi a tutti e lungo tutto l’arco della vita con
un forte ancoraggio ai principi costituzionali anche per contrastare tendenze,
tuttavia presenti, economicistiche e/o localistiche. La complementarità
fra scuole autonome, magari in rete, amministrazione scolastica centrale
o periferica ed autnomie locali, se ben realizzata, può dare esiti
fruttuosi e corrispondere ad una domanda formativa così variegata
e complessa.
-
Le leggi e i regolamenti
attuativi costituiscono un disegno ancora in fieri e complesso perché
realizzati in tempi diversi: ciò evidenzia la necessità di
giungere in tempi brevi ad un testo unico di riferimento. Per esempio,
la legge 144/99 all’art.68 prevede percorsi integrati di obbligo formativo
per tre ambiti istituzionali (scuola, formazione professionale, apprendistato
in azienda): ciò significa che potranno e dovranno essere progettati
percorsi formativi integrati che chiamino in causa i diversi soggetti dando
luogo ad integrazioni curricolari o ad arricchimenti curricolari.
-
Dalla normativa discendono alcuni
elementi problematici:
-
Il riordino della formazione
professionale non è stato ancora varato e perché l’obbligo
formativo riguarda le istituzioni è necessario che i due sistemi
di istruzione e di formazione professionale siano in grado di offrire un
ventaglio di opportunità così da intercettare tutti i giovani
e tutti i bisogni. In molte regioni si privilegia la formazione di secondo
livello (IFTS) e si tralascia quella di primo livello non realizzando quell’intreccio
fra istituzioni diverse che garantisce l’integrazione fra i sistemi, che
la legge prevede.
-
La licealizzazione del ciclo
secondario pone un problema: se andiamo ad aree molto ampie di pre – professionalità,
come la mettiamo con le qualifiche? Ci sono due possibilità o escono
a diciotto anni o devono fare altri due anni per conseguire la qualifica
(oppure il puntare troppo in alto rischia di far aumentare il tasso di
dispersione).
In conclusione, una proposta:
varrebbe la pena pensare
ad un momento di approfondimento che cerchi di individuare rispetto alle
diverse tipologie di integrazione, cosa deve offrire la scuola, cosa deve
chiedere agli altri, quale ruolo deve svolgere nella formazione tecnica
superiore, nell’educazione degli adulti, nell’apprendistato, ma anche come
la scuola, sfruttando la sua diffusa presenza nel territorio, possa proporsi
come agenzia professionale e rendersi protagonista nel sistema integrato.
Ermanno
Testa - ore 12.40
Conclusioni - E’
opportuna questa iniziativa, dal momento che l’avvio per la prima classe
del ciclo secondario è spostato al 2002 nell’ipotesi di piano di
attuazione della riforma?
Assolutamente sì.
Lo spostamento non è certo dovuto a volontà dilatoria: è
la complessità dell’operazione, particolarmente nel ciclo secondario
(definizione degli indirizzi, criteri di distribuzione, definizione dei
curricula, riorganizzazione del personale, criteri per definire l’organico
funzionale, iscrizioni) che inducono ad una scelta in tal senso.
E’ proprio questa complessità,
però, che richiede di far presto. Non si possono non
considerare i dati della dispersione scolastica, gli esiti in uscita dalla
scuola media, i dati sull’analfabetismo di ritorno (illetteratismo – OCSE),
gli scompensi che oggi vive la scuola dovuti al processo di modernizzazione
rispetto a cui non c’è stata contestualmente una riforma.
In questa situazione la stessa autonomia didattica e organizzativa non
trova il supporto per far decollare l’autonomia di ricerca, sperimentazione
e sviluppo. La ricerca, infatti, si può sviluppare in un ambito
circoscritto, definito, richiede di sapere da dove si parte e dove si intende
arrivare.
La scuola che è l’istituzione
della continuità e dell’identità culturale vive nella percezione
generale una profonda crisi di identità e poteri forti di varia
natura ne approfittano per farne strumento dei propri interessi. Occorre
ritrovare, perciò, al più presto una nuova forte identità,
con la riforma, con un nuovo progetto culturale – formativo, compito non
facile specie per il ciclo secondario, compito a cui il CIDI vuole contribuire.
Fare presto non significa
fare in modo affrettato: si tratta di tirare le fila di un discorso e di
un dibattito che è già avviato da anni se non da decenni
e che richiede una fase di sintesi e di messa a punto. L’esperienza della
commissione De Mauro ha dimostrato come si potesse giungere in un confronto
dignitoso ed ampio a risultati significativi in breve tempo, a dimostrazione
dell’esistenza ancora oggi di un vivace “partito della scuola” (De Mauro)
che opera nella pluralità dei punti di vista con l’obiettivo di
realizzare una scuola democratica. Partito della scuola, non corporazione,
né entità autoreferenziale, semplicemente l’insieme di quelle
forze intellettuali che dentro e fuori la scuola conducono una battaglia
di idee nell’interesse del Paese, agli antipodi di chi, invece, auspica
censure preventive, rivelando un evidentemente mai sopito desiderio di
roghi.
Nel merito del ciclo secondario
non credo che esso mantenendo la sua durata di cinque anni sia quello più
in continuità con il passato, dove non c’è nulla da cambiare.
La superiore è proprio l’unico pezzo di scuola che ha conosciuto
solo rabberciamenti amministrativi e mai riforme.
(…) La storia della scuola
italiana degli ultimi cinquant’anni è storia di lento, progressivo
affrancamento dall’impostazione classista ed elitaria di Casati e di Gentile,
secondo i principi guida della Costituzione. Il fatto nuovo è che
oggi noi forse approdiamo anche per la superiore con la legge 30/2000 all’obbiettivo
di una scuola democratica non classista, non fotografia dell’esistente
sociale, ma strumento per tutti di emancipazione culturale e sociale e
quindi fattore di mobilità sociale. Ma mentre negli scorsi decenni
il dibattito sui temi della cultura scolastica e il dibattito politico
sulla scuola sono andati più o meno di pari passo nella fascia dell’obbligo
per cui indirizzi politici e indirizzi culturali educativi in coerenza
tra loro hanno trovato esiti positivi per la media, per l’elementare, per
la scuola dell’infanzia con l’affermazione di un principio educativo come
quello della scuola come strumento e occasione della promozione culturale,
così non è stato per la scuola superiore. (…)
Nella scuola superiore si
è mantenuta la vecchia struttura a canne d’organo dal liceo classico
fino ai professionali, in quanto tale fondata non su un principio educativo
di promozione bensì di selezione, dove il problema della diversità
si è sempre risolto con la diversità rigida dei percorsi.
Questa struttura ha determinato gravi ritardi culturali, ha favorito il
mantenimento di una separazione e di una gerarchia culturale assai deleteria:
le due culture, quella linguistica letteraria classica sempre più
distante dallo sviluppo scientifico e tecnologico e dall’azione produttiva
con una funzione dichiaratamente formativa, ma per pochi e quella degli
altri campi del sapere scientifico, tecnologico, iconico – visivo, musicale
vissuti più che altro nella loro funzione applicativa rispetto ai
quali perciò non si è sviluppata abbastanza la ricerca su
come renderli significativi se non fondativi e generativi sul piano della
formazione. (…) Solo il recupero del principio dell’unità della
cultura ci permette con una certa tranquillità di produrre delle
separazioni di indirizzo culturale anche precoci e di mantenere contemporaneamente
le passerelle tra gli indirizzi. Così come la “pari valenza formativa”
di ciascun indirizzo motiva e giustifica l’elevamento dell’obbligo scolastico
ai primi due anni del ciclo secondario, garantisce meglio la continuità,
cioè la verticalità del progetto formativo, garantisce la
possibilità di semplificare, contenere la quantità a vantaggio
della qualità dei saperi necessari ad una formazione di II livello.
(…) Da ultimo il problema
del consenso. Il consenso ai cambiamenti in genere non è mai un
dato a priori. Il consenso bisogna costruirlo. Il rischio è anche
quello – quando c’è – di alienarlo. Il dato negativo oggi è
che nella categoria, che è variegata al rifiuto di chi è
(forse è sempre stato) ostile alle riforme si saldi la delusione
di chi pure ci aveva creduto e si era impegnato, di chi ci crede e vorrebbe
impegnarsi. Certo l’aumento di lavoro a scuola – a volte anche inutile
e improduttivo e lo scarso riconoscimento economico in una società
dove tutto si monetizza ha messo in crisi il vecchio tacito accordo (“ti
pago poco fai poco”) e questo è divenuto ormai un passaggio fondamentale
ineliminabile. La riforma deve rispondere a principi e a ragioni che non
sono solo categoriali. Guai a sindacalizzare tutto; si andrebbe incontro
ad una deriva corporativa con esiti disastrosi per la scuola pubblica e
per gli insegnanti. Noi siamo tra coloro che vogliono allargare e approfondire
il discorso, che vogliono vivere da protagonisti attivi questo difficile
passaggio, consapevoli che riguarda l’intero Paese non solo chi sta a scuola
Una buona scuola è
una scuola più democratica, dell’inclusione e non dell’esclusione.
Ma non basta evocarla. Per questo lavoriamo e non da oggi e continueremo
a lavorare nei CIDI con l’impegno che ci è solito, con qualche competenza,
con un po’ di testardaggine, con un po’ di utopia, con molta passione.
Lavoriamo per la scuola
-
della Costituzione in cui ritroviamo
principi, motivazioni
-
del curricolo in cui ritroviamo
la centralità del soggetto che apprende, il sapere formativo, attenzione
alle condizioni di apprendimento
-
della professionalità
docente responsabile e pienamente consapevole.
Queste sono le nostre linee
maestre di lavoro, il nostro contributo per una scuola della cittadinanza
ove convergono obiettivi valoriali, formativi, cognitivi, dove la condizione
di apprendimento sia massimamente significativa. ”Nell’esigenza di apprendimento
– scrive il compianto Laporta – si esprime un bisogno di libertà”
e noi vogliamo cittadini più liberi per un paese più democratico.
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Cidi di Cosenza - Comune di Rende
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