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Quale futuro per la lingua italiana?

Accademia-sito delle parole nuove

di Ermanno Testa

In tutti i campi dell’organizzazione sociale e dell’agire umano, dal lavoro all’impresa, al tempo libero, dalle scienze alle tecnologie e alle arti, dalla comunicazione alla politica, dall’economia al diritto e finanche alle istituzioni, con intensità crescente da tempo si vanno realizzando a livello mondiale sviluppi inconsueti che danno luogo ad una molteplice produzione di concetti nuovi e al conseguente uso di sempre nuovi termini, nuove espressioni linguistiche.

Le parole che esprimono i nuovi concetti progressivamente si vanno diffondendo senza mediazione oltre i confini delle culture di appartenenza, con la conseguenza che una crescente massa di termini stranieri entra nel repertorio comunicativo di popolazioni di lingue e culture diverse.

Nel corso della storia le contaminazioni tra sistemi linguistici e culturali diversi, quando non siano avvenute in conseguenza di eventi traumatici come guerre o invasioni, sono state generalmente fattori rigenerativi dei sistemi medesimi.

Tuttavia oggi la crescente rilevanza e la rapidità dell’introduzione nel nostro repertorio linguistico di parole appartenenti a lingue diverse dall’italiano, configurano un vero e proprio processo di colonizzazione culturale destinato, nel tempo, a rendere sempre più obsoleta la lingua italiana.

Sottrarre la nostra lingua a tale processo degenerativo è necessario per salvaguardare un aspetto rilevante del nostro patrimonio culturale e della nostra identità.

Ma ciò è possibile se la lingua italiana a sua volta si rinnova e soprattutto si arricchisce di quelle parole che oggi servono a esprimere quei concetti nuovi che da ogni parte del mondo e in ogni campo dell’agire umano la modernità e il progresso ci propongono in misura crescente. Non si tratta dunque di tornare a forme arcaiche e superate da tempo: anche l’italiano, come ogni lingua, è soggetto a evoluzione; il problema è che di evoluzione si tratti e non di una subalterna (superficiale, modaiola, mass-mediatica) importazione di parole da altri idiomi!

Cosa diversa è la conoscenza e l’uso di una o più lingue straniere, assolutamente auspicabile per tutti; ma questo ancor più giustifica l’esigenza di una maggiore attenzione collettiva ad un uso estensivo, pieno e corretto, della lingua italiana.

A chi spetta elaborare le parole nuove che servono per ammodernare e far vivere la nostra lingua?

Una attività di elaborazione e di ricerca che vedesse impegnati studiosi ed esperti della lingua italiana produrrebbe risultati certamente significativi. Tuttavia un ambito di elaborazione e di ricerca troppo ristretto, ancorché qualificato, proprio a causa di tale ristrettezza, potrebbe non essere sufficiente a suscitare quella diffusa sensibilizzazione necessaria affinché, in alternativa ai termini stranieri importati, si affermi l’uso di parole italiane, anche nuove.

La proposta che qui avanziamo prevede una partecipazione ampia di interlocutori, che tuttavia non disdegna, anzi richiede anche il contributo degli esperti; una partecipazione che proprio per la sua ampiezza possa maggiormente contribuire alla effettiva diffusione nel comune repertorio linguistico di parole italiane, nuove o rinnovate.

L’“Accademia-sito delle parole nuove”, che qui proponiamo, vuole offrire ad ogni frequentatore del sito, in riferimento a un qualunque termine straniero importato, la possibilità di suggerire, elaborare, inventare la corrispondente parola italiana, eventualmente accompagnando la proposta con qualche riga di motivazione; proposta che, a sua volta, senza alcun filtro, si troverà immediatamente sottoposta alla valutazione degli altri frequentatori del sito i quali, a loro volta, potranno esprimere un parere o, analogamente, formulare osservazioni e/o nuove proposte, e così di seguito. In tal modo nell’Accademia-sito si andranno ad accumulare nel tempo, ciascuna con accanto la eventuale motivazione e il nome (o la sigla) del proponente, tutte le proposte di parole italiane sostitutive dei corrispondenti termini stranieri.

In questo modo attraverso l’Accademia-sito si verrà a creare nel tempo un repertorio - tanto più autorevole quanto più partecipato - di parole italiane da cui attingere in alternativa all’uso di parole appartenenti ad altre lingue. 

Si realizzerà in tal modo non solo un confronto collettivo, senza barriere sociali o culturali, sulla specifica questione di quali parole italiane usare in sostituzione di quelle importate da altre lingue, ma, se pur indirettamente, si creeranno anche le premesse per un’ampia, democratica riflessione generale sulla lingua italiana, cioè su una componente fondamentale della nostra identità culturale.

Roma 14-10-2013

COMMENTI

  1. BARBARISMI
    inviato da E.T. il 23 Maggio 2016

    “Basta sfogliare una pubblicazione di didattica, di informatica o di tecnologia dell’istruzione tedesca, francese o spagnola, per rendersi conto che, là dove noi usiamo anglicismi, gli altri si servono, ove possibile, di termini della propria lingua. Un piccolo esempio per tutti: quell’apparecchietto di cui tutti noi ci serviamo quotidianamente per interagire con il calcolatore (in alternativa o integrazione alla tastiera), che assomiglia a un topolino, in inglese viene giustamente chiamato mouse. Ora quando si compra un topolino IBM, la casa produttrice lo accompagna con un manualetto in tutte le lingue europee occidentali, dal portoghese al finlandese. Sulla prima pagina dell’opuscolo balza all’occhio la lista dei nomi che tale dispositivo assume nelle diverse lingue: souris (fra.), Maus (ted.), ratòn (spa.), rato (por.), styrdosa (sve.), muis (ola.), mus (norv. e dan.), hiiren (fin.). In tutte le lingue si usa metaforicamente il nome della corrispondente bestiolina; fa eccezione l’italiano che si serve della parola inglese, quasi ci si riferisse a un animaletto a noi ignoto.” (da: Mauro La Torre, Barbarismi, Edizioni Nuova Cultura 2010, pag. 11).

  2. Strategie di vita
    inviato da Beatrice Galesi il 20 Maggio 2016

    Anche in questo momento critico della nostra società, nella ricerca di un "benessere a tutti i costi", assistiamo ad un uso continuo e martellante di termini inglesi pronti a darci l'illusione di aver trovato la soluzione giusta per risolvere qualsiasi problema. Ad esempio, per promuovere il benessere delle persone, saranno le "SKILLS FOR LIFE" a fornire le idonee abilità di vita per affrontare lo stress della vita quotidiana. E se ci domandiamo cosa serve ai ragazzi per trovare lavoro, basta insegnare loro la capacità di vivere al meglio le proprie possibilità, o "LIFE SKILLS". Le "SOFT SKILL", o caratteristiche personali, saranno, quindi, più ambite, da una famiglia e da un'azienda, rispetto alle competenze tecnico-scolastiche (cognitive) effettivamente possedute dal soggetto.
    Penso che anche in questo caso i suddetti termini inglesi,spesso usati nella lingua italiana, concorrono a distoglierci dalla soluzione vera dei problemi, creano disaffezione allo studio nei nostri ragazzi, ma, soprattutto, ci propinano "MODELLI DI VITA" (sicuramente sbagliati), che non appartengono alla nostra cultura.

  3. Basta detective
    inviato da Manu il 14 Maggio 2016

    In gioventù mi sono molto appassionata alle gesta di Marlowe, il poliziotto privato creato dalla penna di Chandler: non sono perciò pregiudizialmente ostile al genere poliziesco. Ma di fronte alla marea di telefilm polizieschi mi assale spesso un senso di noia e di perdita di tempo; e non sopporto più la parola ‘detective’, ripetuta in modo ricorrente. Non sarebbe meglio, anche per vincere la monotonia, usare per le diverse situazioni quanto l’italiano ci offre in materia? Proviamoci: investigatore, poliziotto (privato o meno), inquisitore, scopritore, incaricato o coordinatore o conduttore (di indagini), ricercatore (di indizi o di prove), agente o funzionario di polizia, analista…

  4. Cuponi e vauci
    inviato da Andrea P. il 7 Maggio 2016

    ‘Cupone’ (cuponi) non lo trovo ridicolo, ma mi piacerebbe anche ‘vaucio’ (vauci) (bruttissimo ‘attestante’ o anche ‘testante’).

  5. Cupone, da coupon? Attestante o vocante, da voucher?
    inviato da M. Z. il 3 Maggio 2016

    Il più antico ‘coupon’, francese, letteralmente ‘tagliando’, dal verbo ‘couper’ (tagliare), ha dato luogo a metà dell’Ottocento a un adattamento in italiano alquanto ridicolo: ‘cupone’, un classico francesismo adattato. Il più recente ‘voucher’, inglese, (“buono rilasciato a titolo di accredito che abilita il detentore a usufruire di una determinata prestazione descritta nel buono stesso” cfr. Zingarelli), dal verbo ‘to vouch’ (attestare), poiché risale, attraverso il francese antico, al latino ‘vocare’, ‘chiamare (a testimonio)’, potrebbe correttamente chiamarsi in italiano: ’attestante’ (o ‘vocante’)?

  6. Non sono d'accordo.
    inviato da M. Z. il 3 Maggio 2016

    L’uso sempre più diffuso dell’inglese nel lessico quotidiano disturba noi vecchietti e non facilita la comprensione dell’argomento trattato – scrive a ‘Repubblica’ del 31 marzo il signor Mattiazzi – sarebbe cosa buona e giusta se ogni estensore degli articoli fosse obbligato ad aggiungere la traduzione in italiano.

    No. Non sono d’accordo soprattutto in quei casi, e sono moltissimi, in cui l’uso di espressioni inglesi non è affatto necessario dal momento che nella lingua italiana vi sono le parole per esprimere i medesimi concetti (endorsement/sostegno; good o bad bank/buona o cattiva banca; crowdfunding/finanziamento collettivo; home delivery/consegna a domicilio; franchising/affiliazione commerciale; stakeholder/azionista partecipante; last chance/ultima occasione; dream team/squadra da sogno; green economy/economia verde; cleaning/pulizia, aggiornamento di una base dati (database); talkshow/salotto televisivo, ecc.) tanto per citarne alcuni.

  7. Rome and you? No, grazie!
    inviato da Antonia P. il 18 Aprile 2016

    Rome and you, il nuovo logo della città di Roma, lascia di nuovo il posto al tradizionale SPQR: una scelta saggia del commissario Tronca poiché nella sua ansia di ipermodernità, in quell’atteggiarsi così social, e marketing-oriented, e user-friendly, quel ‘Rome and you’, ‘Roma e te’, introdotto dal sindaco Marino come brand(!) relazionale e commerciale, aveva finito per scontentare un po’ tutti, finanche quei texani più attirati da una tradizione perfino posticcia (tipo gladiatori al Colosseo) piuttosto che da un moderno slogan da grandi magazzini.

  8. Ai margini della Storia?
    inviato da Pisacane il 16 Aprile 2016

    Presso l’Accademia nazionale dei Lincei, a Roma, è stata allestita una mostra di 186 preziosi manoscritti latini e romanzi che attraverso l’evoluzione della forma-libro rappresentano materialmente il comune percorso storico culturale che ha portato in Europa dalla letteratura classico-cristiana e mediolatina a quella romanza e moderna, fino a giungere, con la “Commedia” di Dante, la lirica di Petrarca e la narrativa di Boccaccio, al primo canone della letteratura italiana che per secoli è stata punto di riferimento dell’intera cultura europea: un passaggio evolutivo importante di codifica delle moderne lingue nazionali, prodotti-espressioni di sistemi culturali diversificati e sempre più complessi. Nei secoli, dopo quella prima decisiva affermazione, la nostra lingua si è evoluta ulteriormente, grazie ad altri fondamentali apporti, affermandosi come espressione identitaria di una impareggiabile stratificazione culturale. Abbandonarne l’uso, oggi, in un processo di inarrestabile colonizzazione anglofona caratterizzata da una cifra culturale assai modesta, finirà progressivamente per collocare tutti noi di madre lingua italiana, nel presente panorama multietnico mondiale, ai margini della Storia.

  9. Ma non sdalliamo!
    inviato da Manu il 28 Marzo 2016

    Pare che dopo la vicenda di ‘petaloso’ sia quasi centuplicato il numero di quanti si rivolgono all’Accademia della Crusca per sottoporre alla sua autorevole valutazione dei nuovi vocaboli inventati. Giudico il fenomeno positivamente anche per l’utilità che ne deriva quando, per esempio, abbiamo bisogno di esprimere un concetto e siamo costretti a cavarcela con una perifrasi (“L’aria piena di smog”, è più semplice dire “L’aria smoggosa”). Varia però il grado di creatività, e quindi il merito, di chi conia nuove parole in italiano. In genere le parole che terminano in –oso sono le più prevedibili e comprensibili: piccinoso (detto di un cuccioletto), polpettoso (equivalente di morbidoso). Più interessante è cincinnare (fare cin cin), o paceggiare (questo sì necessario, in opposizione a guerreggiare). Tra le nuove invenzioni spero che si diffondano nell’uso sociale termini come sbrocchevole (per chi perde la brocca, specialmente in alcuni dibattiti televisivi) o sdallare (quando si usano parole senza senso) o smoggoso (quando nell’aria imperversano le polveri) ma meglio ancora smoggato (ad indicare un grado ancora maggiore di inquinamento atmosferico).





  10. Con i verbi si può recuperare
    inviato da Fiore il 21 Marzo 2016

    Un recupero dell’italiano a mio parere avviene anche quando riusciamo a declinare o a coniugare secondo lo stile e la grammatica italiana una parola straniera: per esempio, sprint (guizzo, scatto, spunto, volata) non è declinabile, ma il verbo corrispondente, sprintare, possiamo usarlo normalmente. Lo stesso vale per flirt (erroneamente usato per intendere una breve relazione sentimentale) e flirtare (civettare). Purché la ‘i’ venga pronunciata come ‘i’ e non come ‘e’.

  11. Petaloso
    inviato da Marilisa il 11 Marzo 2016

    È bastato che l’Accademia della Crusca si mostrasse possibilista con l’invenzione del piccolo Matteo, il fiore ‘petaloso’, e che la stampa ne desse il giusto risalto, che si è scatenata nel Paese la corsa all’invenzione di nuovi vocaboli (alcuni per la verità già esperiti dalla pubblicità): mollicoso, palloso, argomentoso, faccioso, amarevole, comodoso, risparmioso, scattoso, sciccoso, spregioso (franco e scherzoso) e finanche renzoso (seguace di Renzi!). Ma anche lucchettare (mettere il lucchetto), pancierarsi (mettersi la panciera), cappellarsi (mettersi il cappello), incalzarsi e scalzarsi (le calze), scricetarsi (scuotersi come un criceto)….., insomma, si è assistito a una grande inventiva di massa e a una inconsueta vitalità linguistica. Segno inequivocabile che si sente il bisogno di parole nuove e c’è la disponibilità ad utilizzarle.

    Perché allora, con una analoga campagna, non indirizzare tale disponibilità anche per prevenire e/o sostituire con termini italiani l’uso appiattito, diffuso ormai oltre il dovuto, di parole ed espressioni appartenenti ad altre lingue?

    Forza Crusca, datti una scossa!

  12. Crowdfunding: si fa ma non si dice...
    inviato da Maria Teresa il 27 Febbraio 2016

    Non compare ancora nel Vocabolario della lingua italiana ma sui giornali sì: è il “crowdfunding” civico. Si tratta del “finanziamento collettivo” da parte dei cittadini sempre più usato anche in Italia per realizzare progetti utili alla collettività, voluti e approvati dai Comuni i quali non dispongano, in parte o in tutto, delle risorse finanziarie necessarie per la loro attuazione. Viene spontaneo considerare quanto il termine usato, estraneo (oltre che inutile) alla nostra lingua, contrasti con il buon grado di cittadinanza che il fenomeno sociale di per sé esprime: vuoi mettere quanta più soddisfazione ci sia nel partecipare, per un’opera di utilità generale, a un “finanziamento collettivo” piuttosto che a un “crowdfunding”, tra l’altro anche così difficile da pronunciare!?

  13. Debole Crusca
    inviato da L'Autore il 23 Febbraio 2016

    L’Accademia della Crusca di recente è intervenuta contro il vezzo ormai dilagante nel nostro Paese di usare parole ed espressioni in lingua inglese avanzando l’invito a “evitarle” sia “nell’uso che nelle comunicazioni con il largo pubblico”. A tal riguardo l’Accademia avanza alcune proposte sostitutive: ‘salvataggio dall’interno’ al posto di ‘bail in’, ‘collaborazione volontaria’ invece di ‘voluntary disclosure’, ‘configlio’ al posto di ‘stepchild adoption’, ‘lavoro agile’ invece di ‘smart working’, ‘allertatore’ al posto di ‘whistleblower’. L’iniziativa e le proposte della Crusca sono importanti ma, mi chiedo, perché solo ora, quando i buoi sembrano ormai usciti dalla stalla? E, soprattutto, perché solo un generico ‘invito’ da parte dell’Accademia, tenuto conto della sua riconosciuta funzione di salvaguardia della lingua italiana?

  14. Modelli di Riforma
    inviato da Beatrice Galesi il 7 Febbraio 2016

    Una prova evidente di importazione di modelli di riforme americane e anglosassoni nel sistema scolastico italiano, è l'uso di termini inglesi, con il conseguente dominio anche in questo campo di tale lingua e cultura.
    Ad esempio una riforma che segue la logica del modello top-down definisce i prodotti e i processi/procedure per realizzarli, mentre il modello botton-up, pur definendo i prodotti finali come traguardi da raggiungere, lascia l'autonomia e alla responsabilità dei singoli contesti l'attivazione dei processi più adeguati.
    Appurato che è impossibile cambiare la Scuola con interventi autoritativi giocati sul versante gerarchico (seguendo la logica del top-down), si è passati al modello botton-up. A questo punto affiora la pathfin-ding, o la ricerca del sentiero. Gli esiti positivi sembrano però legati all'empowerment delle persone o qualificazione delle risorse umane, e ancor più al sensemaking, cioè al percorso della ricerca/sperimentazione del curricolo di ogni scuola...............
    E' evidente che la comprensione di tali concetti è resa, a mio parere, ancor più difficile dall'uso dei termini inglesi.
    Sono convinta che alla base di un buon sistema scolastico vi debba essere una Scuola dove vi opera gente modesta, ma competente, che non si dà arie, che stimola, incoraggia, promuove la creatività, il rischio. Poche cose, ma senza prezzo.

  15. smart working
    inviato da Manu il 6 Febbraio 2016

    Attenzione! Un disegno di legge del governo, collegato alla legge di stabilità, introduce in Italia lo smart working, cioè la possibilità per i dipendenti di gestire le ore di impegno lavorativo con flessibilità e anche a distanza. Onde evitare l’ennesimo spaesamento, pur a fronte di una operazione di per sé positiva, propongo di abbandonare da subito la formula ‘smart working’, e la derivata ‘remote working’. In questo caso non è difficile trovare l’italiano corrispondente: ‘lavoro agile’, ‘lavoro a distanza’.

  16. "Borse da asporto"
    inviato da Maria Luisa il 4 Febbraio 2016

    Promosso dal Ministero dell’Ambiente, in collaborazione con Unioncamere Veneto e Conai, parte il progetto Family Bag. Presentato qualche giorno fa a Padova, il progetto individua, per il momento, un centinaio di ristoranti aderenti a cui fornire diversi tipi di borse porta alimenti, più graziose delle solite teglie in alluminio, e più adatte ad accogliere le richieste dei clienti di portare a casa il cibo non consumato: un modo per ‘salvare’ dallo spreco una notevole quantità di alimenti. Finalmente anche da noi un virtuosismo da accogliere nella quotidianità. Ma perché portarci appresso il marchio americano? Le vogliamo chiamare ‘borse di famiglia’ oppure, allargando il quadro, e forse in modo più elegante, ‘contenitori da asporto’, ‘borse da asporto’? Oppure ‘salvarimanenze’, ‘raccoglitori di pietanze’, ‘di rimanenze’ …o ‘di abbondanze’. Mah!?!

  17. Cuoco vale più di chef
    inviato da Fiordafiore il 4 Febbraio 2016

    Tranne che nel titolo di un programma tv, in onda ogni giorno all’ora di pranzo, la parola ‘cuoco’ ormai non si sente più pronunciare sostituita dal più noto (e inflazionato) ‘chef’ il cui significato, alla lettera, corrisponde al nostro capo cuoco (in inglese per cuoco si usa il più modesto cook). Ritengo opportuno a questo punto rilanciare, non solo in Italia ma nel mondo, la parola ‘cuoco’ come espressione di un’alta professionalità quale è quella che deriva dalle nostre espertissime scuole di cucina e dalla qualità dei nostri alimenti e dall’uso sapiente che ne facciamo per preparare i nostri cibi, apprezzati non a caso in tutto il mondo. D’ora in poi puntiamo a far sì che si riconosca nella parola ‘cuoco’ (e ancor più in ‘maestro cuoco’, invece che ‘master chef’) una altissima qualità e una assoluta specificità italiana nel mondo, di valore almeno pari, se non superiore, a quella di qualunque ‘chef’ pluristellato!

  18. Salvarimanenze (Family bag)
    inviato da Maria Luisa il 26 Gennaio 2016

    Promosso dal Ministero dell’Ambiente, in collaborazione con Unioncamere Veneto e Conai, parte il progetto Family Bag. Presentato qualche giorno fa a Padova, il progetto individua, per il momento, un centinaio di ristoranti aderenti a cui fornire diversi tipi di borse porta alimenti, più graziose delle solite teglie in alluminio, e più adatte ad accogliere le richieste dei clienti di portare a casa il cibo non consumato: un modo per ‘salvare’ dallo spreco una notevole quantità di alimenti. Finalmente anche da noi un virtuosismo da accogliere nella quotidianità. Ma perché portarci appresso il marchio americano? Le vogliamo chiamare ‘borse di famiglia’ oppure, allargando il quadro, e forse in modo più elegante, ‘contenitori da asporto’, ‘borse da asporto’? Oppure ‘salvarimanenze’, ‘raccoglitori di pietanze’, ‘di rimanenze’ …o ‘di abbondanze’. Mah!?!

  19. Ancora su 'stepchild adoption'
    inviato da L'Autore il 23 Gennaio 2016

    La lettrice Chiara Silvi scrive a ‘Repubblica’ (23/1/2016) lamentando l’eccesso di anglicismi inutili che, a suo dire, con un piccolo sforzo si potrebbero tradurre quasi tutti. La lettrice porta ad esempio “l’orrido stepchild adoption” per il quale “nella nostra lingua esiste il sostantivo affiliazione, utilizzato nel codice fino a poco tempo fa per denotare un’azione, diversa come origine, ma sostanzialmente analoga negli effetti”. Il termine, secondo la lettrice, avrebbe anche due vantaggi: la brevità e l’intelligibilità. Aggiungiamo questa proposta al nostro Dizionario ideale.

  20. compliance vs condiscendenza
    inviato da Manu il 19 Gennaio 2016

    Al fine di prevenire l’evasione fiscale, da ora in poi le autorità preposte ai controlli adotteranno misure volte ad accrescere nei cittadini la ‘compliance’, cioè la ‘condiscendenza’ a pagare le tasse spontaneamente, prima di violare la legge. Il termine 'condiscendenza' mi pare che esprima un contenuto etico superiore.

  21. Una e-mail a papà e mamma?
    inviato da Fiordafiore il 18 Gennaio 2016

    Il professor Vertecchi è intervenuto recentemente sulle pagine di un noto giornale nazionale per denunciare i pericoli derivanti dall’uso massiccio a scuola di strumenti informatici: tra questi, lo scarso allenamento della memoria da parte degli allievi data la facilità di ottenere informazioni via Internet, e soprattutto la difficoltà crescente nell’imparare ad argomentare. Il messaggio breve garantisce una comunicazione certo rapida ma priva di spessore culturale. Quanto a tale degenerazione risulta funzionale anche l’uso di espressioni sintetiche inglesi, lingua veicolare di fatto - almeno in Italia, non così in altri Paesi - dello stesso apparato informatico? Si cominci intanto ad usare una terminologia italiana: l’introduzione diffusa nella scuola italiana di tali strumenti tecnici sin dai livelli iniziali, a parte la loro dubbia ‘utilità’ didattica, richiederebbe quanto meno anche una loro “traduzione” in italiano, sia dei termini tecnici, sia delle varie modalità d’uso. Nella scuola primaria parlare di e-mail o parlare di messaggio (o lettera) elettronica non è la stessa cosa anche sul piano dell’apprendimento linguistico. Ce la sentiamo di far scrivere ai bambini, per le festività di fine anno, le e-mail di Natale a papà e mamma anziché le letterine di Natale?

  22. Retroterra italiano
    inviato da Laura M. il 16 Gennaio 2016

    La parola background viene usata in molti campi senza una vera motivazione godendo di un corrispettivo italiano non meno significativo, retroterra, dal significato assai ampio e comprensivo, applicabile a vari contesti di riferimento: sociologico, storico, sociale, culturale ecc. Backstage, parola molto usata nel mondo dello spettacolo, ha anch’essa un corrispettivo italiano non meno efficace da renderne l’uso ingiustificato: retropalco, cioè ciò che c’è prima di una scena, di una rappresentazione, la sua preparazione ecc. Resto più perplessa sull’espressione ‘back office agent’ (e sul corrispettivo ‘front office agent’) che ho trovato scritta in qualche biglietto da visita. Il corrispettivo italiano potrebbe essere agente, funzionario di retrosportello, o meglio ancora, ‘esperto di produzione, sviluppo o amministrazione’ di un’azienda (a sua volta, invece che ‘front office agent’, userei l’espressione ‘esperto di vendita o di assistenza’ al cliente).



  23. "Buone Feste a Tutti!"
    inviato da E. T. il 26 Dicembre 2015

    Almeno tra noi, in questi giorni di festa, evitiamo di dire, se possibile, ‘Merry Christmas’ (capisco che è il titolo di una pur bellissima canzone di John Lennon), ‘My best wishes for a happy Christmas’, ‘Happy Holidays’, ‘Happy New Year’. C’è più passione in ‘Buon Natale’, ‘I miei migliori auguri di un felice Natale’, ‘Buone Feste’, ‘Buon Anno Nuovo’. Non trovate? Magari in questi casi usiamo anche noi le maiuscole…

  24. Linguaggio 'da banca'
    inviato da Max per sempre il 21 Dicembre 2015

    Un pensionato si è suicidato per aver investito in obbligazioni rivelatesi carta straccia. Si era fidato del consiglio della stessa sua banca. Perché è così diffuso questo atteggiamento preconcetto di affidamento verso le banche e i loro operatori? Se intendo acquistare del prosciutto, ne controllo la qualità senza ascoltare troppo il salumiere; perché al bancario viene dato invece credito pressoché assoluto? Quanto c’entra in tutto ciò il linguaggio criptico ‘da banca’, mirante, oggettivamente, a raggirare clienti disarmati e facilmente consenzienti? Si cominci intanto a usare l’italiano! (Per servizi come quelli bancari dovrebbe essere previsto per legge!) Bond, broker, capital gain, default, credit crunch, crowd funding, money transfer, quantitative easing, cash less, voluntary disclosure, asset allocation, benchmark, bail in, swap, acid test… per un po' più di chiarezza, chiamiamoli per quello che sono: (nell’ordine) obbligazione, operatore finanziario, guadagno su titoli, mancato pagamento, stretta creditizia, finanziamento collettivo, trasferimento di denaro, allentamento monetario, senza contanti, rivelazione volontaria, suddivisione del capitale, indicazione del rischio, garanzia interna, baratto, indicatore di bilancio…

  25. Chiamiamo le cose per nome
    inviato da Luigi Lunari il 12 Dicembre 2015

    "Contesto l'uso dell'espressione "voluntary disclosure": è sciocco - e a pensarci bene - anche un po' vile e servile. Proporrei "rientro agevolato dei capitali", o qualsiasi altra formula un 'popolo di poeti' sia in grado di escogitare per chiamare le cose con il loro nome".

    Così scrive Luigi Lunari, un lettore di 'Repubblica' (12/12/15).

  26. Cancelliamo l'ossimoro!
    inviato da E. T. il 7 Dicembre 2015

    I recenti fatti di Parigi, maturati tra giovani nati e cresciuti all’interno delle nostre società occidentali, oltre che suscitare orrore e condanna, ci spingono a riflettere anche su alcuni aspetti dei nostri modelli di società, tutt’altro che esaltanti: in questa chiave fa bene Beatrice Galesi a richiamare la questione dei war games, così diffusi soprattutto a livello dei più giovani. Questo è uno dei tanti casi dove l’uso dell’inglese (e di personaggi con nomi stranieri) camuffa, annacqua, quasi rende accettabile ciò che accettabile non dovrebbe essere: una implicita (a dir poco!) educazione all’azione violenta e alla guerra, che prosegue, con il crescere dell’età, in pubblicazioni e filmati di animazione, fantascienza, malavita, spionaggio ecc. Chiamarli in italiano forse può far comprendere con più evidenza l’assurdità e la dis-umanità di un tale ossimoro: giochi di guerra. Con la non infondata speranza che vengano al più presto sostituiti con ‘giochi di pace’.

  27. Testimone sociale
    inviato da Fiore il 3 Dicembre 2015

    Whistlerblower, alla lettera “fischiatore soffiatore”, oppure “soffiatore nel fischietto”, oppure “gola profonda”: è colui che, sotto protezione e nell’anonimato, denuncia alle autorità le presunte attività illecite, illegali, disoneste, non corrette o pericolose che avvengono nel proprio luogo di lavoro, un individuo attivo nel far luce sulla corruzione, non per proprio vantaggio ma per il bene comune. A tale ruolo diamo perciò, in italiano, un nome che ne riconosca l’importante funzione: “testimone sociale”.

  28. Gole profonde o collaboratori sociali?
    inviato da Max tutta la vita il 3 Dicembre 2015

    Pare che la battaglia contro la corruzione nel nostro Paese debba condursi con i “whistlerblowers”, ‘gole profonde’, colleghi d’ufficio o collaboratori dei presunti corrotti a cui verrebbe garantito l’anonimato e forse, in cambio, anche qualche vantaggio sul lavoro. Capisco che si tratta di una figura sociale nata in altri Paesi più avanti del nostro in questo tipo di battaglia. Ma, insomma, se siamo convinti della sua efficacia, come possiamo pensare di rendere la cosa efficace senza una adeguata traduzione del termine in italiano? Per la verità non mi piace neanche ‘gola profonda’, espressione coniata, come si sa, a proposito del famoso caso Watergate. Se vogliamo dare rilevanza civile a tale figura diamogli un rilievo positivo, andando oltre la traduzione letterale: propongo di chiamarlo ‘collaboratore sociale’.

  29. La finanza condiziona anche il linguaggio
    inviato da Maria Luisa il 2 Dicembre 2015

    Caro Marco, a proposito dei tuoi ‘operatori del denaro’ (che chiamerei piuttosto ‘mercanti di denaro’), aggiungi queste ultime espressioni uscite in questi giorni sui quotidiani: ‘cash less’ per dire ‘senza contanti’ (pagamenti senza contanti, cioè con carte di credito – e non ‘credit card’! – o altri strumenti); ‘private banker’ che sta per ‘banchieri privati’, promotori, raccoglitori e gestori di risparmio, capaci – pare – di alti profitti; senza escludere ‘Rai pay’ che altri non è che ‘Rai (programmi Rai) a pagamento’.

  30. Le responsabilità degli "operatori del denaro"
    inviato da Marco il 24 Novembre 2015

    Il mondo della finanza, realtà tra le più globalizzate che quasi non conosce confini, si distingue tra i soggetti che più inducono all’uso dell’inglese. È una pratica giustificabile tra gli addetti ai lavori, ma sarebbe altresì un atto di correttezza, da parte di ciascun ‘operatore del denaro’, esplicitare in lingua corrente, per chi è fuori del giro, le azioni di cui è protagonista, se non vuol peccare del famoso ‘latinorum’ di Renzo. Cito qualche caso: invece che ‘money transfer’ al pubblico dei non addetti si dovrebbe dire (e scrivere) ‘trasferimento dei contanti’; ancora più chiarezza richiederebbe il termine ‘bail in’, che sta ad indicare la ‘garanzia interna’ con cui obbligazionisti e correntisti concorrono alla soluzione della crisi della loro banca; per non parlare delle ‘bad banks’ (‘banche cattive’) create dagli istituti bancari in difficoltà che non riuscendo a smaltire crediti anomali, tossici e difficilmente esigibili, si sdoppiano e cedono parte del proprio portafoglio ai nuovi istituti. E ancora, il “quantitative easing”, la cui traduzione letterale è "alleggerimento quantitativo", chiamato in italiano anche "allentamento monetario": quando le banche centrali acquistano azioni o titoli di Stato con denaro creato "ex-novo" al fine di incentivare la crescita economica.

  31. VIDEOGIOCHI : WAR GAMES
    inviato da Beatrice Galesi il 24 Novembre 2015

    Tra i videogiochi a cui possono accedere anche gratis grandi e piccoli, tantissimi sono quelli che hanno come tema attacchi e strategie di guerra; sono appunto WAR GAMES o GIOCHI DI GUERRA. Penso che oggi, più che mai, tali giochi dovrebbero sparire dalla rete ed essere sostituiti da altri che attivino soprattutto esperienze significative su uno dei valori fondamentali della Convivenza Civile : LA PACE.

  32. Liberté, Egalité, Fraternité
    inviato da Ermanno Testa il 17 Novembre 2015

    Mi batto da tempo per la salvaguardia di un caposaldo della nostra identità culturale: la lingua italiana. Ed è proprio per questo che oggi, più che mai, dopo i gravi fatti di Parigi, sento il bisogno di inneggiare al motto: “Liberté, Égalité, Fraternité” – sì, in francese, come quando fu pronunciato la prima volta – per ribadirne la portata universale di caposaldo irrinunciabile della moderna cultura di ogni Paese civile.

  33. Chi è causa del suo mal...
    inviato da Macciupicciu il 15 Novembre 2015

    Il sindaco di Padova ha negato alla filosofa Michela Marzano l’uso di una sala del Comune per la presentazione del suo libro, ‘Papà, mamma e gender’, motivando tale decisione con l’intento di vigilare “affinché non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e affinché venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità”. Gender, spiega l’autrice, “è semplicemente il termine inglese per il quale esiste da anni la traduzione italiana ‘genere’. La scelta, per alcuni, di utilizzare il termine inglese anziché la parola propria in italiano è un modo per creare confusione e paura”. Scopo del libro, che analizza le caratteristiche fisiche che distinguono un uomo da una donna, è favorire il rispetto di chiunque, indipendentemente dalla propria identità e dal proprio orientamento sessuale… Ma se così stanno le cose, perché l’autrice stessa non ha evitato confusioni utilizzando, già nel titolo del suo libro, la parola ‘genere’ anziché ‘gender’? Chi è causa del suo mal…

  34. "Nando Moriconi for President"
    inviato da Clat il 15 Novembre 2015

    “’Be cool, join the navy’ (‘Sii fico, arruolati in Marina’), ho letto sulla fiancata di un autobus andando al lavoro. Incredulo ho scoperto che la Marina non era quella americana ma la nostra Marina militare, ormai così priva d’identità da credere che per reclutare giovani bisogna illuderli e illudersi che non è italiana – così il signor Ugo Baistrocchi in una lettera inviata al giornale ‘la Repubblica’(13/11), il quale, a proposito della sudditanza culturale dei nostri politici, così conclude: “Alle prossime elezioni prepariamoci alla candidatura di altri ‘Nando Moriconi for President’”.

  35. TV "A RICHIESTA"!!!
    inviato da Clat il 2 Novembre 2015

    Ora abbiamo anche la tv "on demand"! In realtà trattasi, semplicemente, della tv "a richiesta".

  36. Pubblicità a metà
    inviato da Eleonora il 30 Ottobre 2015

    Ricevo per posta elettronica un messaggio pubblicitario dal titolo: "Il kit del trader". Vado a leggere: "Fai trading con i nostri tips e ebook gratuiti". Provo a tradurre: "Il corredo (l'equipaggiamento) dell'affarista (dell'operatore commerciale)". Segue il testo: "Fai contrattazione (commercio) con le nostre informazioni (consigli, indicazioni) e con i nostri libri (guide) elettronici gratuiti". L'inglese è più sintetico (forse) ma con l'italiano è possibile qualche specificazione in più. Se poi intendiamo farci intendere da tutti... usiamo l'italiano, in moltissimi casi non mancano certo le parole.

  37. Stepchild adoption = adozione del figliastro
    inviato da E. T. il 20 Ottobre 2015

    "...il gap linguistico fra le espressioni 'stepchild adoption' e 'ogni bambino deve avere un padre e una madre' è veramente troppo penalizzante. Se nei settori trainanti della società l'espressione anglofona è sempre avvantaggiata (...) nei settori invece retrivi vincono locuzioni da età giolittiana. Mamma, papà, stepchild: da che parte sta la 'natura'? L'inglese all'improvviso sa di inumanità cinica, problema che i gerghi economico-finanziari bocconiani non hanno minimamente. 'Stepchild adoption' significherebbe 'l'adozione del figliastro' per avere diritto di firma per questioni burocratiche che riguardano la prole del compagno o compagna. Prole che molte volte hai accudito, consolato, aiutato, divertito e ti considera e riconosce con naturalezza (qui sì che la natura c'entra) il compagno o la compagna del padre o della madre (...). Ora si celebrano le famiglie 'bio', si usano in Parlamento parole come 'mamma' e 'papà': di conseguenza una quantità di cittadini, liberi e vivi, vivono condizioni che non hanno nome. A quello che soffrono, ne siamo certi, si porrà rimedio. Ma avverrà lentamente: step by step." (da "Lapsus" di Stefano Bartezzaghi, La Repubblica 19/10/2015, p. 7).

    Il ragionamento è esemplare salvo il fatto che anche Bartezzaghi, forse inavvertitamente, inciampa in un anglismo inutile: 'gap' per 'divario'.

  38. Perché stepchild?
    inviato da Clara T. il 19 Ottobre 2015

    Uno degli "ultimi deplorevoli casi di declino (della lingua italiana) è la pigra ripetizione della perifrasi inglese 'stepchild adoption' per indicare l'adozione del figlio di uno dei due partner. Il concetto non è semplice e l'inglese è notoriamente una lingua agile e dinamica ma poiché si dice patrigno e matrigna e non (non ancora) 'stepfather' e 'stepmother', così si potrebbe dire figliastro..." (Corrado Augias da "Una lingua da salvare", rubrica quotidiana, La Repubblica del 18/10/2015, p. 28).

    Una critica esemplare, oltre che autorevole, oltretutto rivolta a giornalisti della medesima testata.

  39. Una nuova parola: organoide
    inviato da Maria Luisa il 18 Ottobre 2015

    Plaudo finalmente a una nuova parola italiana: "organoidi", che sono strutture costituite dalla moltiplicazione e differenziazione di cellule staminali pluripotenti, molto simili agli organi del corpo umano, e perciò utili per studiarne le malattie e utilizzarne le cellule per i trapianti.

  40. Una parola su dieci è un termine inglese
    inviato da Clara il 16 Ottobre 2015

    In genere i compilatori dei vocabolari della lingua italiana evitano di inserire in essi parole in uso tra le (italianissime) minoranze linguistiche: albanesi, greche, tedesche, ladine, sinti, sarde, provenzali ecc. dal momento che quelle parole – non italiane ma pur usate in Italia - hanno comunque dei corrispettivi in lingua italiana e tanto più che sono contenute nei vocabolari di quelle stesse lingue. Ciò detto, trovo del tutto immotivato, in un articolo di un noto quotidiano, il manifesto entusiasmo manifestato dai recensori dell’edizione aggiornata di un ben pubblicizzato dizionario italiano per il fatto di accogliere 500 nuove parole di cui “una su dieci è un termine inglese”. Ma che senso ha introdurre in un vocabolario della Lingua Italiana la parola ‘banking’ per ‘servizi bancari’, ‘cooking show’ per ‘spettacolo di cucina’, ‘bartender’ per ‘addetto al bar’ o ‘barista’, ‘coding’ per ‘programmazione’, ‘storytelling’ per ‘narrazione’…? Affermano, i medesimi recensori, che i neologismi, un tempo creazioni da letterati, ora arrivano sempre più dal linguaggio giornalistico, televisivo e della rete. Appunto!

  41. Terrorismo anglofono
    inviato da Mediorientale assai il 3 Ottobre 2015

    Secondo il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon a tutt'oggi più di 30.000 miliziani stranieri provenienti da oltre cento Paesi militerebbero nelle file dell'Isis; di questi, potenziali terroristi, almeno il 30% tenderebbe a rientrare nei Paesi di origine: si tratta di un fenomeno assai grave e denso di pericoli che, senza lasciarsi abbandonare ad atteggiamenti irrazionali, richiederebbe una generale consapevole vigilanza da parte delle popolazioni interessate. Ma che fa la stampa da noi? Invece di chiamarli 'combattenti stranieri', facendo intendere bene a tutti la natura del pericolo terrorista, li chiama con un titolo da film (americano), 'foreign fighters'.

  42. Flirt no, ma flirtare sì, però pronunciando bene la i
    inviato da Marialuisa il 1 Ottobre 2015

    Che la lingua cambi è pacifico, ma un conto è il cambiamento altra cosa il suo annullamento, specie se avviene più per moda che per necessità. E' il caso dell'uso molto diffuso della parola "flirt" a indicare genericamente un sentimento breve e superficiale: amoreggiamento, relazione, passione, amicizia, accordo, intesa, gregariato, sudditanza... Tuttavia, mentre trovo poco consono l'uso di questa parola nell'italiano corrente (avendo a disposizione, in alternativa, - come si vede - un nutrito ventaglio di parole italiane molto più appropriate), mi convince l'italianizzazione del verbo "to flirt"= flirtare (amoreggiare, civettare ecc., da usare però pronunciando chiaramente la i), accettabile anche perché si presta ad essere coniugato secondo lo stile e le regole dell'italiano.

    P.S.- Ho la sensazione che spesso si preferisca usare la parola inglese flirt quasi a voler smorzare, alleggerire, dire e non dire, insomma giustificare a priori una determinata esperienza, propria o altrui, in tal caso rimuovendo un qualche vago complesso di colpa e/o volendosi sottrarre a un eventuale giudizio moralistico....(?)

  43. Hotspots vs Centri di identificazione
    inviato da Ales(Sandra) il 26 Settembre 2015

    In telecomunicazioni e informatica la parola hotspot indica un luogo in cui è presente una connessione a Internet aperta al pubblico grazie alla presenza dell'omonima infrastruttura di ricetrasmissione. Molto spesso è utilizzata insieme all'acronimo Wi-Fi, che indica una connessione eseguita senza l'ausilio dei cavi. In queste settimane il termine ricorre sui mezzi di informazione a indicare le strutture che saranno create per sostenere i Paesi europei più esposti ai nuovi arrivi di migranti (quindi Italia e Grecia ma anche Ungheria, per esempio) per identificarli rapidamente, registrarli, fotosegnalarli e raccoglierne le impronte digitali.
    Nel primo caso potremmo usare la locuzione 'punto di connessione' (connessione a Internet); nel secondo potremmo chiamarli (sottraendoci così anche all'inutile presenza, per il plurale, della s finale) 'centri di identificazione'.
    E' un modo così semplice di spiegare le cose...! Ma con certi giornalisti c'è poco da sperare...

  44. Dal team al team-teaching
    inviato da Beatrice Galesi il 23 Settembre 2015

    team = gruppo di persone che collaborano per il raggiungimento di uno scopo prefissato;
    team-teaching = insegnamento impartito da una squadra di docenti, che ha il compito di verificare i livelli di apprendimento specifici con test e questionari redatti collegialmente.

    Al termine "team-teaching " sostituirei il termine italiano " insegnamento condiviso "
    (Mi chiedo come sarà più possibile portare avanti questo metodo di insegnamento nella scuola primaria, dal momento in cui l'organizzazione modulare, durata quasi un ventennio, è stata oramai sostituita dall'insegnante unico in tutte le scuole italiane.)

  45. Quando i supplì diventano 'street food' 2
    inviato da E. T. il 22 Settembre 2015

    Conclude Laura Laurenzi (Repubblica 22/9/15): "In questo abuso della lingua inglese occhio alle parole trabocchetto che non vogliono dire quello che molti credono: canteen significa mensa, confetti vuol dire coriandoli, lampoon scherzo o parodia, il toast, come è noto, è un brindisi, e tart ...lasciamo perdere."

  46. Quando i supplì diventano 'street food'
    inviato da E.T. il 22 Settembre 2015

    Scrive Laura Laurenzi su Repubblica(22/9/15) a proposito di una manifestazione romana con gli chef più brillanti: "...Vogliamo sembrare internazionali e invece il nostro provincialismo dilaga... Catering e happy hour sono preistoria, come brunch, come wine bar. Oggi si parla spesso di banqueting, ma anche di posti cool per foodies. In che location si terrà lo showcooking? E il lunch, e l'after dinner? Appena arrivi ti offrono un welcome drink (magari è vino dei Castelli) e se sbocconcelli un supplì stando in piedi è street food. Se mangi qualche piatto insolito quella che stai facendo è una food experience: sii consapevole che hai mangiato unconventional food. Sapevate che la quinoa è ottima per impanature hipster? E che una delle professioni del futuro è quella di food coach?..." (Senza commento).

  47. Compartecipazione alle spese
    inviato da Alessandra T. il 21 Settembre 2015

    La sharing economy è un fenomeno in crescita che si va sviluppando in diverse direzioni (viaggi, auto, case, hotel ecc.) Ancora una volta rischiamo di portarci appresso una terminologia non nostra. La cosa però è facilmente recuperabile, basta fare due più due: sharing (dal verbo inglese to share, dividere, condividere, spartire), economy per economia. Possiamo perciò dire, in italiano, condivisione della spesa, partecipazione alle spese...

  48. Per una democrazia partecipativa : leader non si nasce .
    inviato da Beatrice Galesi il 6 Settembre 2015

    - Se in un gruppo sociale il leader è colui che ricopre un ruolo di guida, inteso come processo d'influenza sui membri del gruppo per il perseguimento degli scopi comuni;
    - se il leader è colui che emerge dalle dinamiche e aspettative del gruppo;
    è ovvio che leader non si nasce e che non c'è leader senza gruppo.
    Fatte queste premesse, al termine "leader" sostituirei il termine italiano "condottiero" (o capitano di gran riputazione), inteso come colui che conduce, che guida il gruppo verso il conseguimento delle mete che si è posto.

  49. Dipende dallo stile
    inviato da Marialuisa il 23 Luglio 2015

    L'incontro tra le lingue è inevitabile: lo trovo un fatto positivo, però, solo se ogni nuovo termine che si acquisisce perde la sua estraneità rispetto allo stile della lingua che lo accoglie; per es. monitor non mi sta bene, monitoraggio invece sì (è declinabile), e così pure monitorare. Stesso discorso vale per computerizzare, ma non computer, preferisco elaboratore, ordinatore, e, al dunque, anche la forma verbale elaborare, ordinare.

  50. Teleromanzi o fiction?
    inviato da Marisa (Riccione) il 30 Giugno 2015

    Smettiamola di usare la parola ‘fiction’, tra l’altro di difficile pronuncia. Fatti per la televisione, programmati a puntate, dall’andamento narrativo, centrati su alcune figure, situazioni, luoghi destinati a diventare familiari per chi li segue: chiamiamoli ‘teleromanzi’. Un modo anche, quando valgono, per non declassarli a priori rispetto alle produzioni letterarie e cinematografiche, anch’esse peraltro non sempre di buona qualità.

  51. Azione Finnia (Jobs Act)
    inviato da Luisa di Bergamo il 24 Giugno 2015

    Se i nostri giornalisti si soffermassero ogni tanto ad esplicitare gli acronimi di cui fanno uso dando per scontata la competenza al riguardo dei lettori (o dei telespettatori), molte più cose sarebbero chiare sin dall’inizio. Nel caso del Jobs Act, per esempio, sarebbe stato subito evidente che il provvedimento, pur presentato come finalizzato alla ripresa del lavoro, ha in realtà, per definizione, come obiettivo primario la nascita e lo sviluppo delle imprese. Basta esplicitarne il significato. L’espressione Jobs Act, utilizzata per la prima volta da Obama, sta per “Jumpstart our business startups Act” che si potrebbe tradurre con “Azione di Forte impulso alle nostre nuove imprese d’affari”. Rifacendomi alle iniziali, ne proporrei una formula in italiano, del tipo: “Azione Finnia”.

    L’espressione fa ridere? Basta prenderla sul serio e abituarcisi!

  52. “Oggi si gioca un classico”
    inviato da Mario il 20 Giugno 2015



    Giusto per rimanere nell’ambito sportivo, propongo di sostituire la parola “derby” utilizzata spesso sia sulla stampa sportiva, sia in tv. Con tale termine nelle varie discipline sportive viene indicato comunemente ogni scontro diretto tra due squadre che, ripetuto più volte periodicamente nel tempo, viene a caratterizzarsi ormai come un confronto “classico”. In Spagna, per esempio, il confronto diretto tra le due più forti squadre di calcio, il Barcellona e il Real Madrid, da molti anni viene indicato come il “clasico”. Propongo quindi, in sostituzione della parola inglese “derby”, di utilizzare l’italianissimo “classico”.

  53. La crisi del calcio e la lingua italiana
    inviato da Mario il 4 Giugno 2015

    Branch, sponsor, ticket, partner-ship, business, leader, entertainment, marketing, bookmakers, pay-tv, sono alcuni anglismi, spesso ripetuti, di cui è costellato l’articolo a tutta pagina di un grande giornale nazionale, che analizza la gravità e la portata dell’ennesimo scandalo del calcio italiano per un diffuso fenomeno di corruzione. Mi chiedo se tale deformazione linguistica, nel suo piccolo, non faccia parte anch’essa (figlia e madre insieme) di quella crisi sempre più profonda in cui sembra essere caduto lo sport più diffuso in Italia.



    N. B. – Non se ne può più di sentir pronunciare, per radio o in televisione, “Juventus Stedium”: anche il latino si anglicizza!?!



  54. Le citazioni vanno bene
    inviato da LUISA il 8 Maggio 2015

    A volte sono in disaccordo con voi; sul problema che ponete non si può essere talebani. Io dico che la citazione in lingua diversa dall’italiano, se appropriata alla situazione, ci può stare, anzi arricchisce il discorso, e non è detto che sia solo in inglese: “A la guerre comme à la guerre!”, “Divide et impera”, “Last but not least”, “Carpe diem”, “A la page”, “Chapeau!”, “The show must go on” e così via. Ciò che va osteggiato è l’uso inutile di parole e locuzioni inglesi quando in italiano abbiamo la possibilità di essere addirittura più chiari. Voglio fare il caso dell’inflazionato quanto generico “OK”, buono in tutte le salse, quando invece in italiano, a seconda delle situazioni, possiamo essere più precisi: “Sì”, “Bene”, “Continua così”, “Va tutto bene”, “Va bene così”, “E’ un buon lavoro”, “Sta bene”, “Sono d’accordo” ecc.

  55. Serra guardi piuttosto i suoi colleghi!
    inviato da Goffredo Mameli il 4 Maggio 2015

    Tutto sommato ritengo la politica tra le meno colpevoli nella pratica dell'inglesorum (efficace termine usato da Serra). La falla, secondo me, si annida tra quei giornalisti, corrispondenti o meno, che hanno avuto l'opportunità di avvicinarsi ai media di Oltreoceano, rimanendone affascinati spesso più del dovuto. E' inutile fare nomi, chi legge i giornali trova i loro articoli in bella posizione, consulta in libreria, freschi di stampa, i loro libri che raccolgono nel tempo quegli stessi articoli, ascolta alla radio e alla tv i loro brillanti passaggi volti a reclamizzare quei libri: in tal modo si fa sottile per loro il discrimine tra il dovere di offrire un servizio al lettore (che è italiano e vuol leggere in italiano) e l'autocompiacimento, al punto da non resistere dall'infarcire i propri scritti di parole, frasi, citazioni di quella cultura americana che hanno potuto avvicinare e che considerano il loro tratto culturale e professionale distintivo.

  56. Inglesorum
    inviato da E. T. il 18 Aprile 2015

    Nella rubrica "L'amaca" ('la Repubblica' 15/4/2015) Michele Serra, "tra le piccole riforme possibili da subito", avanza la proposta dell'immediata dismissione dell'inglesorum da parte del governo Renzi. "Che cos'è l'inglesorum? - si chiede Serra - L'inglesorum è l'aggiornamento del latinorum manzoniano. Ovvero un linguaggio usato per incutere soggezione ai subalterni e agli impressionabili... Tipico esempio di inglesorum è Jobs Acts per legge sul lavoro. Significa esattamente la stessa cosa, ma detto in italiano odora di vecchia fatica, di cortei, di casse da scaricare, in inglese profuma di eccitante attualità e di impiegati fighetti che fanno il brunch. Perfino più efferato il provvedimento 'open cantieri' orecchiato alla radio: suona maccheronico lontano un chilometro, 'cantieri aperti' è pratico e perfetto, che cosa ha fatto di male, al personale renziano, la parola 'aperto' per essere sistematicamente rimpiazzata da 'open'? Nell'inglesorum c'è una velleità burina, quella di sembrare ciò che non si è, come se ci si vergognasse di se stessi. E c'è il sospetto - ben peggiore in un politico - di fumisteria, di imbonimento attoriale: 'A me gli occhi, please'."

  57. Outsider : "immeritevole"?
    inviato da Beatrice Galesi il 13 Aprile 2015

  58. Outsiders : " Minoranze "
    inviato da Beatrice Galesi il 13 Aprile 2015

    1. outsider = emarginato, estromesso, escluso...

    2. outsider = persona che si impone inaspettatamente

    nel proprio campo; uomo nuovo, singolare.



    Commento:

    Per il primo caso(sieg. n°1.)penso che gli "esclusi",

    gli "emarginati" non siano parti esterne di una società,ma i suoi prodotti (sono quindi l'espressione

    di "disagio").

    Per il secondo caso(spieg. n° 2.):"uomo nuovo" o

    "singolare" mi vengono in mente quelle persone che

    nel corso della Storia,con coraggio e ostinazione,

    sfidando l'ordine delle convenzioni,hanno cambiato

    la società dall'interno.

    P.S. A proposito di insgnanti "meritevoli" mi chiedo

    chi saranno gli "outsiders" o "immeritevoli" nella

    Scuola.

    Saranno forse essi coloro che,"disobbedienti alle leggi

    del branco" e senza alcun "programma di eternità" con-

    segneranno ai propri allievi"una goccia di splendore,di

    umanità,di verità..."?




  59. affitta e acquista
    inviato da simona il 13 Aprile 2015

    Mercato immobiliare,la novità del 2015,l'arrivo del "RENT TO BUY", è il titolo del giornale che annuncia un provvedimento contenuto nel decreto "Sblocca Italia" per favorire l'acquisto della casa. "Affitta per comprare", formula che permette l'uso immediato della casa a fronte di un canone finalizzato all'acquisto,non obbligatorio della medesima, dopo tre anni, a un prezzo di vendita congelato.Formula già praticata da diverse case automobilistiche.Misura che va incontro all'esigenza di accesso alla casa, specie tra i meno abbienti, e che trova il favore anche dei costruttori.Una misura che andrebbe reclamizzata al massimo.Non sarebbe più opportuno, quindi, usare una espressione in lingua italiana?A meno che non ci si voglia rivolgere solo a quella ristretta cerchia di immigrati che l'inglese un po' lo masticano.

  60. Quando il danno è maggiore
    inviato da Massimo Cast. il 11 Aprile 2015

    L'uso sconsiderato di parole straniere non solo inquina il nostro patrimonio culturale ma può anche alimentare ambiguità, fraintendimenti, scarsa attenzione alla cosa pubblica, senza contare un senso di frustrazione e una diffusa ignoranza. Fiscal compact, credit crunch, crowd funding, spending review, job act ecc. sono espressioni, usate dalla stampa quotidiana, il cui significato non poche volte risulta incomprensibile al lettore non specializzato inducendolo a una scarsa se non a una errata interpretazione del messaggio. Ciò è negativo. Ma lo è ancor più quando il tema non riguarda la spesa pubblica o le banche, ma qualcosa di ancor più grave: la guerra. Nei mesi scorsi, quando improvvisi venti di guerra si andavano sollevando nella vicina Libia, abbiamo più volte letto e sentito espressioni come peace-keeping (custodia della pace ...figurarsi, con un esercito occupante, lo stesso dei tempi del Duce!) o peace-enforcing (applicazione della pace ...come sopra!). Come avrebbero reagito i discendenti di quei centomila e passa resistenti trucidati durante l'occupazione italiana della Libia? Saremmo alla fine arrivati a un desert storm (tempesta nel deserto)? In casi come questo l'uso della lingua italiana dovrebbe diventare obbligatorio da parte delle autorità ai fini di una consapevolezza più diffusa dei rischi in cui potremmo cacciarci.

  61. Il problema è duplice (3)
    inviato da E.T. il 10 Aprile 2015

    Nel primo caso agiscono la consapevolezza storica, l'impegno etico e culturale, l'atteggiamento democratico. Nel secondo c'è bisogno soprattutto di cultura, competenza, intuizione e inventiva.

  62. Il problema è duplice (2)
    inviato da E.T. il 31 Marzo 2015

    La lettrice di "Left", Lucilla Adamo, non prende in considerazione un altro aspetto, non meno importante, riguardante la tendenza sempre più diffusa all'uso di parole straniere: quello del crescente aumento di nuovi concetti che sviluppo e progresso in ogni campo dell'attività umana vanno producendo. Dalle scienze alla tecnologia, dall'arte al diritto, dalla sociologia all'economia e via proseguendo. La maggior parte dei nuovi concetti trovano espressione all'origine in lingue diverse dalla nostra: e in genere a prevalere è l'inglese. Ciò pone per la nostra lingua (e non solo per essa) l'esigenza, perciò, di produrre per tali nuovi concetti le parole nuove atte ad esprimerli. In conclusione, per mantenere al passo dei tempi la nostra lingua c'è bisogno non solo di difenderne l'uso, ma anche di accrescerne la capacità espressiva attraverso la produzione di parole nuove.

  63. Il problema è duplice (1)
    inviato da E.T. il 31 Marzo 2015

    Scrive, tra l'altro, Lucilla Adamo in una lettera al settimanale "Left" (n.7 del 28/2/15): "...sta avvenendo un processo irreversibile di depauperamento che porterà l'italiano a scomparire progressivamente fra qualche generazione...; ...parlare e scrivere l'italiano in certi ambienti (per esempio quello giornalistico) è diventata una ridicola barzelletta, profusione di anglicismi ovunque...; ...è il segnale di un malessare, di un appiattimento culturale attraverso l'appiattimento della lingua. ...Cos'ha di tanto affascinante la parola 'slide', che ha sostituito 'diapositiva'? Perché non si può dire rete anziché web, prova anziché test, capo anziché leader, in linea anziché online, senza filo anziché wireless, parola d'ordine anziché password ecc? ...Penso che la mutazione delle lingue sia un fatto conclamato. Ma questa si può definire una mutazione/evoluzione?"

    Condivido il disagio (vorrei dire lo sdegno) della lettrice di "Left", ma è necessario aggiungere alla sua una ulteriore considerazione che per ragioni di spazio rimando al messaggio successivo.

  64. mass media
    inviato da roby il 21 Marzo 2015

    Osservo (anzi sarebbe meglio dire... ascolto!) empiricamente questo fenomeno da anni e sono giunto alla conclusione che nella realtà quotidiana, nel normale interagire fra "parlanti" la quantità di parole straniere usate pur essendovi un dignitoso corrispondente in italiano sono veramente poche. Oltre alle classiche che avete già citato, ormai consolidate da anni e per le quali una traduzione suonerebbe ridicola, si stanno affermando con un certo successo termini come mobbing, outing, stalking. L'ambito dove l'italiano ha alzato bandiera bianca, anzi dove non ha proprio opposto resistenza, sono quello economico finanziario e soprattutto quello informatico e delle nuove tecnologie, essendo l'inglese, in questi settori la lingua per eccellenza, quella "madre". Il grande problema è invece rappresentato dai mass media e da qualche tempo anche

    dalla politica. Nel primo caso prevale la necessità della sintesi, unito ad una cronica tendenza al ricorso al sensazionalismo, nell'altro ambito il pessimo rapporto fra cittadini e politica ha portato quest'ultima a un patetico tentativo di recupero di consenso attraverso uno stile comunicativo più efficiente e moderno, almeno agli occhi di chi usa termini come spending review e jobs act. Urge l'adozione di un codice di autoregolamentazione, in entrambi i casi.

  65. Austerity e austerità: significati diversi?
    inviato da Massimo C. il 7 Marzo 2015

    A seconda di chi interviene in televisione le parole 'austerità' e 'austerity' non sembrano avere lo stesso significato. 'Austerità' è quella che incide pesantemente sulle condizioni di vita delle popolazioni. 'Austerity', in un'accezione più 'nobile', è quella richiesta e imposta da organismi internazionali (BCE, UE, FMI) e perciò stesso 'indiscutibile': sfumature di significato diverse non da poco, dunque, tanto da giustificare, verrebbe da dire, la presenza di entrambe le parole nel vocabolario della lingua italiana(!). Almeno così si disvelerebbe l'uso strumentale di parole straniere nell'unico tentativo di addolcire certi provvedimenti impopolari.

  66. 'mela, mele' invece di 'email'
    inviato da Giovanna V., maestra il 23 Febbraio 2015

    - Maestra, le spediamo una 'mela'? - Ecco, i bambini ci offrono forse una (simpatica) soluzione, invece di quel brutto 'postel' o 'eposta' che propone R. Z. La parola 'email', tra l'altro anche di non facile pronuncia, specie se preceduta da articolo, non dobbiamo per forza tradurla ma la possiamo italianizzare con un esplicito richiamo, a mio avviso non del tutto astruso, ad un frutto molto familiare sulle nostre tavole.

  67. Vada per 'elaboratore' (e per 'postel')
    inviato da R. Z. il 17 Febbraio 2015

    Sono d'accordo con Maria su 'elaboratore' che però scandirei in 'e-laboratore' dove la e- sta per elettronico come la e- di e-mail che pure eviterei con un 'e-posta' o, meno bello, 'postel'; 'e-posta' o 'eposta' è da preferire perché, a differenza di 'email' e di 'postel', è declinabile per numero.

  68. 'Weltanshauung' o 'computer' non è la stessa cosa
    inviato da Maria Di Noto il 10 Febbraio 2015

    Non tutte le parole straniere entrate a far parte della nostra lingua possono essere rifiutate. Penso, come esempio positivo, alla parola tedesca 'Weltanshauung', che esprime un concetto di pura astrazione che solo restrittivamente può essere tradotto con 'visione', 'immagine' o 'concezione del mondo', fondamentale nella filosofia e nella epistemologia, spesso applicato in vari altri campi: un concetto difficile ma di sicura rilevanza culturale e un arricchimento per la nostra lingua. Al contrario, mi viene da pensare alla parola inglese 'computer' e alla facilità con cui è stata assimilata nel nostro vocabolario - non così, per esempio, in quello francese che usa il termine 'ordinateur' - assimilazione non giustificabile, tra l'altro, anche per il fatto che i primi apparecchi usati in Italia, negli anni ottanta, furono di fabricazione nazionale (M10 e M20 Olivetti). Perché in questo caso non usare, senza alcuna perdita di significato concettuale, una parola italiana corrispondente come, per esempio, 'elaboratore'?

  69. Evoluzione sì, colonizzazione no!
    inviato da Ermanno Testa il 6 Febbraio 2015

    A un anno e mezzo dall'apertura di questo blog continuano a pervenirmi per via diretta da diverse persone, pur interessate alla lingua italiana, osservazioni critiche basate sull'idea che il blog intenderebbe contrastare un normale processo di evoluzione della lingua (italiana, nel nostro caso), un fenomeno inevitabile che nel tempo ha sempre coinvolto, e coinvolgerà, ogni espressione culturale. Perché dunque contrastarlo?

    Desidero chiarire, e ribadire, che l'intento del blog non è quello, che sarebbe assai velleitario e antistorico, di negare la normale evoluzione della lingua italiana, bensì quello di ostacolare e possibilmente contribuire ad impedire gli effetti di una rapida e incontrollata colonizzazione di basso profilo culturale, promuovendo, rispetto a tale processo, lo sviluppo di una maggiore e diffusa consapevolezza.

  70. Anche 'impetum' va bene.
    inviato da R. Z. il 23 Gennaio 2015

    Va bene 'impetum' purché lo si traduca con 'assalto' invece di 'blitz'.

  71. 'Blitz' può andar bene!
    inviato da Maria Di Noto il 22 Gennaio 2015

    Mi considero una seguace del blog, però non esageriamo, non diventiamo fondamentalisti. La parola 'blitz' può essere usata correntemente poiché in italiano non esiste altra parola capace di esprimere la rapidità e la sorpresa con cui manipoli di agenti armati agiscono in particolari azioni belliche o di polizia. Sempre che non ne inventiamo una nuova o ne troviamo una analoga in qualcuno dei nostri tanti dialetti o non ricorriamo al latino 'impetum' (irruzione, azione lampo).

  72. Sui titoli in inglese dei film
    inviato da R. Z. il 13 Gennaio 2015

    Un lettore di Repubblica, tal Giorgio Maulucci di Latina, dichiara di apprezzare il diffondersi della "moda o vezzo o tendenza" di mantenere i titoli dei film in lingua originale sia perché spesso nella traduzione italiana se ne stravolge o se ne banalizza il significato originale, sia perché ciò potrebbe essere uno stimolo - a suo dire - a coltivare le lingue straniere. Mi permetto di dissentire. Il fatto che si facciano pessime traduzioni non è un buon motivo per preferire i titoli in lingua originale. Che cosa sarebbe un romanzo, tradotto da altra lingua, senza una buona traduzione innanzitutto del titolo come chiave di lettura del libro stesso? La stessa cosa vale per un film. Orecchiare poi un titolo in lingua originale (e stravolgerne la pronuncia) senza magari comprenderne a pieno il significato, può inoltre dare la presunzione di saper 'masticare' una lingua straniera la cui vera conoscenza richiede invece studio e applicazione. Di fronte a titoli come 'American Sniper', 'Magic in the moonlight', 'Big Eyes', citati dal lettore, temo che per la maggior parte del pubblico finisca per prevalere la (cattiva) 'masticazione'.

  73. Ma quale blitz!
    inviato da R. Z. il 13 Gennaio 2015

    Ancora una volta, nel corso degli ultimi drammatici avvenimenti in Francia, abbiamo assistito nelle nostre televisioni all'uso costante di un termine straniero, questa volta di provenienza anglo-tedesca, blitz, per indicare quello che più opportunamente, a seconda delle diverse sfumature interpretative, poteva essere ben descritto in italiano come attacco rapido o azione di forza o, semplicemente, irruzione delle forze di polizia contro i terroristi armati e asserragliati con ostaggi inermi.

  74. ESPERANTO
    inviato da Federico II il 26 Dicembre 2014

    Sono d'accordo con Docente di L2 e L3 circa le valutazioni che ella (o egli) fa sulle lingue generalmente usate nei rapporti internazionali. E anche a me piace di più il francese (ma è questione di gusti). Tuttavia non si può ignorare che per quanto riguarda i rapporti internazionali da più di un secolo esiste anche l'Esperanto, una lingua ausiliaria artificiale che utilizza, in un sistema sintattico-grammaticale assai semplificato, svariati elementi appartenenti a diverse lingue parlate. Tale lingua, appositamente creata nel 1905 dal medico polacco Zamenhof (Doktoro Esperanto) per i rapporti internazionali, contiene non meno di 80.000 vocaboli, e gode nel mondo di un certo numero di cultori. Ma quanto ciò è risaputo nel nostro Paese? Se continueremo a nutrirci solo di spot, fan, gossip, show, top, share, kit, target, stage (che poi è parola francese e non inglese), audience, sponsor, start up, turn over, budget, low cost, ticket, twitter, blog, smart e via continuando, finiremo per accartocciarci nel più marginale provincialismo culturale.

  75. Nuove barriere sociali
    inviato da Ravveduta da 'Lettera a una professoressa' il 17 Dicembre 2014

    Da don Milani a Tullio De Mauro e in tutto il movimento cultural-pedagogico per una educazione linguistica democratica che ha attraversato negli ultimi decenni la scuola italiana, ci si è posti il problema di come eliminare quella barriera sociale derivante dalla scarsa competenza linguistica di una gran parte della popolazione italiana. Ho netta l'impressione che la moda linguistica di far uso e sfoggio, spesso senza validi motivi, di parole ed espressioni appartenenti ad altre lingue, in primis l'inglese, stia creando non poche difficoltà a molti e, ciò che è più grave, nuove barriere sociali. Quando, per esempio, si usano espressioni come 'fund raising' (raccolta fondi), 'fiscal pact' (patto fiscale), 'hedge fund' (fondo di protezione),'banlieue' (periferia), 'soft drink' (bevanda leggera o, per estensione, analcolica), 'franchising' (affiliazione commerciale) ecc. c'è da chiedersi quale sia il livello di comprensione di chi legge o ascolta.

  76. Evoluzione vs inquinamento
    inviato da Docente di L2 e L3 il 15 Dicembre 2014

    In questo mondo sempre più piccolo non possiamo permetterci di non essere in grado di dialogare con i nostri simili appartenenti ad altri contesti culturali. Questo ci obbliga ad apprendere una o, meglio, più lingue straniere da utilizzare come lingue veicolari ad ampio spettro: bene quindi l'inglese, divenuto, sembra, grazie alla sua essenzialità, lingua universale; ma bene anche lo spagnolo, il portoghese, il francese, il russo, il cinese, l'arabo, il tedesco, il turco... Nella scelta si può seguire il criterio della estensione geografica (spagnolo) o della rilevanza economica (cinese, tedesco) o delle realtà emergenti (portoghese, turco) e così via; ma non sottovaluterei soprattutto il criterio della bellezza della lingua e della sua pregnanza culturale (francese). Anche la nostra, come il francese, è una bella lingua, ricca di storia e di cultura, e come tutte le lingue è destinata ad evolversi. Ma non confonderei questo fenomeno con l'inutile inquinamento esterofilo in atto.

  77. Voluntary disclosure
    inviato da R. Z. il 9 Dicembre 2014

    Ancora un'altra mancata occasione di usare la lingua italiana da parte di alcuni giornali: nel dare notizia dell'approvazione da parte del Parlamento della legge che favorisce il rientro spontaneo dei capitali illegalmente trasferiti all'estero, essi hanno chiamato tale provvedimento 'voluntary disclosure'. Non difficile da comprendere, ma perché non usare la corrispondente espressione italiana 'rivelazione spontanea'? Vedremo a breve l'espressione inglese riportata anche nel Vocabolario della Lingua italiana?

  78. Non tutto è "nuovo"
    inviato da Adriana T. il 6 Dicembre 2014

    Cara Grazia T., è vero che la lingua si evolve, ma non tutto è così lineare e semplice come sembra: per esempio, la parola 'performante' per dire 'ottimizzato', 'ben eseguito' (una prova 'ben realizzata o ben eseguita'...); o 'performativo', che vuol dire 'eseguito', 'dato forma'; o 'performare' per 'compiere (bene)', 'realizzare', hanno a che fare con l'inglese 'performer' ('autore di una buona prestazione') e con 'performance' ('prova, prestazione positiva'). Queste parole derivano a loro volta dal francese 'parformance', a sua volta derivante dal latino 'performare' (compiere, eseguire, realizzare, concludere). Gratta, gratta, questi vocaboli "nuovi" sono in realtà dei latinismi. Dov'è la "modernità"?

  79. Il vocabolario non ha colpe (o quasi)
    inviato da R. Z. il 27 Novembre 2014

    Quando mi permetto di far notare a chi fa uso di parole straniere che esistono parole italiane corrispondenti, spesso anche più appropriate - come scrive Zanin - la risposta che in genere mi sento dare è che va di moda così, e che quelle parole ormai le usano tutti, tanto è vero che "sono riportate anche nei vocabolari della lingua italiana". Allora si tratta di approfondire la funzione e l'uso del vocabolario, che per intanto - sono d'accordo con Eleonora - non dovrebbe chiamarsi Vocabolario della "Lingua Italiana" bensì "della Lingua parlata in Italia". A mio parere, se visto in questa luce, il vocabolario non ha (quasi)colpe: infatti riporta vocaboli di altre lingue, ma ci dice anche in modo esplicito che essi appartengono a lingue diverse dall'italiano, rimandando in questo modo al soggetto parlante la responsabilità di farne uso o meno.

  80. Jobs Act
    inviato da R. Z. il 27 Novembre 2014

    Finalmente, dopo mesi e mesi di confronto anche aspro tra governo e sindacati, di dibattiti accesi nei e tra i partiti e nelle Aule parlamentari, ad approvazione avvenuta della legge alla Camera, 'la Repubblica' rivela ai suoi lettori l'origine (lessicale, e non solo) e il significato di Jobs Act: si tratta del Jobs Act di Obama, dove Jobs, che è un acronimo, sta per 'Jumpstart Our Business Startup'. Se ne può fare una adeguata traduzione in italiano anche con un diverso acronimo? Qualcuno ci provi!

  81. 'Invenduto' invece di 'outlet'
    inviato da Caterina P. (LT) il 19 Novembre 2014

    Voglio essere sintetica e concreta, come richiede lo spirito del blog. Al posto della parola 'outlet' propongo di usare, a seconda delle sfumature di significato che si intendono sottolineare (chi frequenta certi mercati mi può capire!), una delle seguenti parole: 'rimanenze', 'avanzi', 'invenduto'.

    Cordiali saluti.

  82. Non siamo passatisti. La lingua si evolve
    inviato da Grazia polv. il 18 Novembre 2014

    Ha ragione Zanin. Non dobbiamo passare sotto silenzio l'uso sconsiderato e senza motivo di parole straniere quando ve ne sono di corrispondenti italiane di significato anche più appropriato. Soprattutto dobbiamo contrastare questa moda sciocca quando tocca un grande organo di informazione. Però mi sento anche di dire a Zanin che non dobbiamo essere dei passatisti. Le lingue si evolvono in continuazione specie oggi che si sono 'miliardiplicati' (ditemi se vi piace questo vocabolo che a mio parere riesce ad esprimere con più precisione la dimensione del fenomeno rispetto al generico 'moltiplicati') i contatti tra le persone di ogni parte del mondo. Perciò influenze anglofone sulla nostra lingua sono più che giustificate, purché sia la nostra lingua a prevalere. Mi spiego con un esempio:l'italianissima 'cliccare' è parola relativamente nuova maturata sulla voce verbale inglese 'to click'; si tratta dunque di un inglesismo per quanto riguarda le origini, ma la parola esprime in modo appropriato (anche sotto il profilo onomatopeico) ciò che vuole significare, ed è perciò da considerarsi una utile acquisizione/produzione della nostra lingua moderna.

  83. Il quotidiano di più grande diffusione
    inviato da Roberto Zanin, RO il 11 Novembre 2014

    Anche oggi il quotidiano di più grande diffusione in Italia ripropone una lingua che non è più la lingua italiana, almeno quella che ho appreso in famiglia e a scuola e attraverso le tante letture fatte nel corso degli anni. Non mi piace fare il purista, ma sfogliandone le pagine non posso fare a meno di imbattermi in una miriade di 'market, supermarket, premier, diktat, ticket, gap, smog, penalty, stop, box, show, reporter, derby, fast food, open day, training, weekend, parking, restyling...'. Possibile che in un giornale così tanto letto non sia possibile usare parole italiane in alternativa a molti di questi termini? Ma perché il 'job act' non lo si chiama 'decreto lavoro'? E 'fund raising' non lo si sostituisce con 'raccolta fondi'? E 'driverless' non diventa 'guidatore automatico' (a proposito della nuova metropolitana di Roma)? Ed 'early warning', in relazione alla verifica del bilancio dello Stato da parte delle autorità europee, non lo si traduce nel più comprensibile 'avvertimento preventivo'?

  84. Una precisazione su 'spending review'
    inviato da Roberto Zanin, RO il 10 Novembre 2014

    Le considerazioni fatte su 'partner' possono valere per un'altra parola inglese molto usata nei media: 'fan'. Le alternative italiane ci sono e sono anche più pertinenti a seconda dei contesti: si va da 'sostenitore' (di un uomo politico, o di spettacolo, di una moda, di un movimento sociale ecc.) a 'simpatizzante' (di una parte politica, di una idea ecc.) o, ancora, a 'tifoso' (di una squadra, di un atleta...). Queste parole, a differenza del termine inglese, offrono la possibilità di essere declinate per genere e per numero.

    Colgo questa occasione per una precisazione sui termini 'spending review', già analizzati da altri su questo blog: concordo che si tratti di una 'revisione mentre si spende' e non 'della spesa' messa in bilancio preventivo; ma proprio per questo motivo preferirei utilizzare, al posto di 'review', la parola 'rivisitazione' (della spesa) che, rispetto a 'revisione', dà più il senso della verifica alla prova dei fatti. (Questa nota è stata già inviata la settimana scorsa, ma non è comparsa nel blog).

  85. Una precisazione su 'spending review'
    inviato da Roberto Zanin, RO il 10 Novembre 2014

    Le considerazioni fatte su 'partner' possono valere per un'altra parola inglese molto usata nei media: 'fan'. Le alternative italiane ci sono e sono anche più pertinenti a seconda dei contesti: si va da 'sostenitore' (di un uomo politico, o di spettacolo, di una moda, di un movimento sociale ecc.) a 'simpatizzante' (di una parte politica, o di una idea ecc.) o, ancora, a 'tifoso' (di una squadra, di un atleta...). Anche queste parole, a differenza del termine inglese, offrono la possibilità di essere declinate per genere e per numero.

    Colgo questa occasione per una precisazione sui termini 'spending review', già analizzati da altri su questo blog: concordo che si tratti di una 'revisione mentre si spende' e non 'della spesa' messa in bilancio preventivo; ma proprio per questo motivo preferirei utilizzare, al posto di 'review', la parola 'rivisitazione' (della spesa) che, rispetto a 'revisione', dà più il senso della verifica alla prova dei fatti.

    (Questa nota, già inviata la settimana scorsa, non è comparsa nel blog).

  86. Partner: socio, compagno o alleato?
    inviato da Roberto Zanin, RO il 29 Ottobre 2014

    Non è sempre vero che l'uso di termini inglesi renda la comunicazione più incisiva, più chiara e più rapida. Prendiamo, ad esempio, la parola 'partner': intanto resta invariata sia che si riferisca a una sola o a più persone (il plurale in inglese lo si riconosce per la s finale, ma la italianizzazione del termine non lo prevede!); e sia per quanto riguarda il genere, maschile o femminile (il, la, i, le partner). I corrispettivi in italiano sono diversi e anche per questo molto più appropriati: si va da 'socio' (in affari, in un'impresa), ad 'alleato' (in guerra, in una disputa), a 'compagno' (di vita, in amore, sul lavoro, nello sport, in teatro, in politica ecc.). Anche con i termini italiani possono nascere fraintendimenti, ma già sceglierne uno di quelli sopra citati garantisce con una migliore approssimazione una più efficace (e quindi anche più rapida) comunicazione.

  87. 'aping man'
    inviato da Mario Far., Roma il 23 Ottobre 2014

    A quei fissati che con superficiale esterofilia quando parlano o scrivono in italiano si ostinano a usare senza vero motivo, e con esiti a volte disastrosi, parole ed espressioni appartenenti ad altre lingue, potremmo finalmente attribuire un nome, magari in inglese, che è loro più congeniale: 'aping man' (persona che scimmiotta).

  88. Revisione nello spendere
    inviato da Andrea, sempre vostro il 20 Ottobre 2014

    Non si può usare la formula 'revisione della spesa' al posto di 'spending review' poiché con spesa, se si intende spesa pubblica, si fa riferimento a quanto stanziato in via formale per legge per i vari comparti della pubblica amministrazione in sede di bilancio preventivo. Il termine inglese invece, più appropriatamente, fa intendere una revisione 'nello spendere', indipendentemente da quello che è lo stanziamento consolidato nel tempo. Quindi una buona traduzione italiana potrebbe essere, appunto: "revisione nello spendere" che richiederebbe ai pubblici amministratori attenzione non solo all'avvio delle spese previste in bilancio ma anche a come esse vengono effettuate e ai loro esiti. Cioè, un atteggiamento meno burocratico e più responsabile!

  89. Almeno alla tv italiana!
    inviato da mamma di Giovanna, ex maestra il 17 Ottobre 2014

    Assisto con il mio nipotino a una partita della nazionale di calcio dell'Italia che viene trasmessa in diretta tv: dopo tanta e ripetuta pubblicità ecco finalmente la sigla d'inizio della diretta con il nome di un noto telecronista preceduto dalle parole 'team leader'; la immediata domanda del bambino interessato, da tifoso, a tutti gli aspetti dell'incontro che sta per iniziare. Ma una volta non si parlava in televisione di squadra, squadra esterna Rai, capo squadra ecc.? Anche se la trasmissione va in onda in altri Paesi, nulla giustifica, a mio parere, il non uso dell'italiano in un servizio della tv italiana. Tralascio poi la solita, ripetuta, 'standing ovation' all'uscita dal campo di un giocatore nel corso della partita; a mia volta spiego a mio nipote, che la ripete storpiandola senza comprenderne il significato, che significa semplicemente 'ovazione in piedi', fatto che si verificava al Colosseo (e non solo lì) già ai tempi degli antichi romani... Alla fine della partita saluto il nipotino che prima di andarmene mi invita a fare insieme a lui un 'selfie' a ricordo della vittoria della nostra squadra: autoscatto, si chiama autoscatto!

  90. Un elenco a parte nel dizionario
    inviato da Giovanna Vartuli, maestra elementare il 13 Ottobre 2014

    Trovo contraddittorio e inopportuno, in particolare, che un vocabolario di italiano, che ha tra le proprie finalità anche quella di insegnare l'uso corretto della lingua italiana (invitiamo spesso i bambini a consultarlo sia a casa che a scuola) contenga parole appartenenti ad altre lingue di cui pure esistono i corrispettivi italiani, oltretutto riportati nel dizionario medesimo. Passi per quelle parole straniere che sono intraducibili e rispetto alle quali si dovrebbe fare uno sforzo di elaborazione per aggiornare ai tempi correnti la nostra lingua. Ma perché riportare nel dizionario di italiano termini come 'security', 'authority', 'austerity' (sicurezza, autorità, austerità), o 'player' (giocatore), 'top' (vertice), 'sprint', 'sprinter' (scatto, accelerazione, scattista, velocista, da cui 'sprintare' invece che 'scattare')? Senza contare poi le varie 'credit card' (carta di credito), 'credit officer' (funzionario del credito), 'credit manager' (direttore del credito). Non dico di ignorare le parole straniere da molti usate, ma perché non evidenziarne l'estraneità rispetto alla lingua italiana raccogliendole separatamente in un piccolo vocabolario aggiuntivo collocato nell'ultima parte del dizionario medesimo?

  91. Screening? solo una indagine!
    inviato da Carmela Bianchi 2 il 1 Ottobre 2014

    Certamente c'è stata una comunicazione efficace da parte del medico ma scarsa simbiosi con quel paziente che, appena uscito dal suo studio, visibilmente disorientato va ripetendo di doversi sottoporre a uno 'screening': un parente che lo accompagna lo tranquillizza facendogli osservare che, in parole chiare, si tratta solo di una indagine, una ricerca...

  92. Il 'significato aggiunto'
    inviato da Carmela Bianchi il 28 Settembre 2014

    Soprattutto il mondo degli affari, della comunicazione mediatica e della ricerca scientifica e tecnologica, richiedono un linguaggio il più essenziale e rapido possibile. Una tendenza a lungo andare destinata a sfociare verso un linguaggio di tipo matematico, come è noto, il più essenziale. Ma se per la scienza e la tecnologia questa evoluzione appare sostenibile e molto probabilmente giustificabile, non così lo è per tutti gli altri campi della comunicazione umana. Le lingue non comunicano solo ciò che è 'essenziale' ma anche ciò che 'essenziale' non è, o non appare tale (sfumature, allusioni...). Se uso il congiuntivo invece che la sua semplificazione, l'indicativo, comunico lo stesso ma tale comunicazione risulta priva di molte sfumature, di 'significato aggiunto'; ed è proprio questo 'significato aggiunto' che caratterizza sul piano identitario ogni comunità. Se possibile, dunque, usiamo pure gli strumenti linguistici della comunicazione rapida ed essenziale, quale che sia la loro origine, ma nel frattempo non perdiamo di vista anche la capacità, e l'abitudine, di comunicare in modo articolato e complesso, riconoscibile e apprezzabile, se non dalla comunità internazionale, certamente da quella per cultura più vicina a noi.

  93. Film e fiction
    inviato da Angela M. di Roma il 16 Settembre 2014

    In questa nostra battaglia, che è culturale e politica ed è di salvaguardia e non di retroguardia, un filone da seguire credo sia quello dei titoli dei film (pellicole), delle fiction (sceneggiati) televisive e ora anche dei books (romanzi), non più tradotti in italiano ma mantenuti, per l'incomprensione di gran parte del pubblico, nella loro versione originale. 'Edge of tomorrow', 'One on one', 'The counselor', 'Maleficent', 'Transformers', 'Jersey boys', 'Planes', 'Dragon trainer', 'Into the storm', 'The stag', 'Under the skin', 'Apes revolution', 'Step up:all in', 'The Queen', 'The woman in black', 'Hunger games', 'Fanny games', 'Hawai five', 'Rai News', 'N.C.I.S.', 'Castle', 'Sex and the City', 'C.S.I.', 'Chicago fire', 'The mentalist', 'Grey's anatomy', 'Criminal minds': potrei continuare. Non mi pare che ciò avvenga per rispettare le versioni originali ma nella maggior parte dei casi per un vezzo, una stupida moda provinciale ed esterofila, per un modo insulso di concepire la modernità.

    Tra coloro che mi leggeranno, se mi leggeranno, qualcuno per favore mi traduca in buon italiano qualcuno dei titoli che ho riportato sopra. Mi sentirei di invitare tutti a non vedere quei film e quelle fiction: è un modo concreto, senza usare lingua, di opporci a questo andazzo.

  94. CLOUDBURST
    inviato da aristarco scannabue il 16 Settembre 2014

    Cloudburst (esplosione di nuvola)



    Pur essendo infastidita dal termine abusato "bomba d’acqua" mi è venuto il sospetto che questo indicasse un particolare fenomeno meteorologico diverso dal nubifragio e invece ho scoperto che il termine tecnico corretto in meteorologia è proprio "nubifragio" e che il termine bomba d’acqua in realtà è un calco del termine inglese "cloudburst" (letteralmente "esplosione di nuvola"). In questo caso che bisogno c’è di sostituire un termine perfettamente funzionale e anch’esso in parte onomatopeico che allude anch’esso metaforicamente al "frangersi di una nube"?...

  95. A scuola prima la lingua madre poi quella straniera
    inviato da E. T. il 27 Agosto 2014

    Nutro seri dubbi sull'insegnamento precoce a scuola di una lingua straniera. Diverso è il caso di chi vive questa esperienza sin dalla nascita in una famiglia plurilingue: in questo caso si tratta di due 'lingue madri' che vengono apprese spontaneamente attraverso i naturali rapporti affettivi all'interno della famiglia. Ma l'insegnamento di una seconda lingua imposto dalla scuola in tenera età, quando la scuola stessa non ha ancora fornito adeguati strumenti di riflessione per un uso consapevole della propria lingua madre (almeno quelli grammaticali e sintattici), rischia di snaturare proprio questa funzione educativa conoscitiva. Al contrario, il raggiungimento di una discreta padronanza della lingua di appartenenza può favorire un apprendimento più solido della seconda lingua. Un apprendimento 'inconsapevole' (perché precoce), oltre che generare confusione, sovrapposizioni, contaminazioni inutili, può anche produrre fenomeni degenerativi della propria identità linguistica, magari con la convinzione che delle due lingue la seconda sia quella più importante perché più ...utile, e quindi più degna di attenzione.

  96. Né trendy né cool
    inviato da Ancora Andrea dal Giglio il 14 Luglio 2014

    Bambini, adolescenti, giovani, adulti si misurano tutto il giorno sulla spiaggia ampia e attrezzata nel 'beach tennis' o nel 'beach volley' invece che a racchettoni e a pallavolo... Sotto gli ombrelloni sento alcune signore discutere di 'beauty farm', 'beauty center', 'boutique': mi permetto di fare una battuta, pardon una 'boutade', "ma perché non chiamarli albergo per trattamenti estetici, istituto di bellezza, bottega (elegante)?" Mi guardano male e con aria interrogativa: è evidente che non sono né 'trendy' né 'cool' (alla moda e aggiornato).

  97. La nostra lingua che galleggia a stento...
    inviato da Andrea dal Giglio il 14 Luglio 2014

    Ci tengo a segnalare di aver sentito parlare in un giornale-radio, a proposito della nave Concordia naufragata all'Isola del Giglio, di "una difficile operazione di refluoting". Quanti tra gli ascoltatori avranno compreso trattarsi di una operazione di 'rigalleggiamento' della nave?

  98. Streaming : "Flusso continuo di informazioni"
    inviato da Beatrice Galesi il 26 Giugno 2014

    Al termine 'streaming' sostituirei i termini italiani

    'riemanazione' o 'reduplicazione'(riferiti al flusso

    continuo di dati trasmessi da un'unica sorgente e

    riprodotti man mano che arrivano a destinazione).

    Attendo altre proposte.

  99. A scuola ci proviamo, ma fuori?...
    inviato da Giovanna Vartuli, maestra elementare il 25 Giugno 2014

    A conclusione dell'anno scolastico ho chiesto ai miei alunni di quarta (periferia di Roma)di scrivere le parole o le espressioni straniere da loro normalmente usate fuori della scuola nel linguaggio di ogni giorno: oltre ai soliti 'ok' e 'yes', sono venute fuori poche altre espressioni, scritte nei modi più diversi: 'my got, oh my good, omay gud, ho mai gud, tenchiù, tanchio very mac, tenchiù very math, tenkyou vary match, jes, sckiusmy ...', e poco più, dello stesso tenore. Ho cercato di far capire loro che è meglio usare le parole della nostra lingua piuttosto che usare male parole straniere, e che se proprio sentono il bisogno di usarle, questo debba avvenire in modo corretto e consapevole. A scuola ho trovato totale adesione, ma non so che cosa accadrà fuori. Ci penseranno la televisione, i manifesti per strada, la pubblicità, i cartoni animati, i fumetti, le riviste, i giornali, i supermercati, i luna park, gli adulti in genere, a favorire questa evoluzione? Francamente ne dubito.

  100. "Internetvideo" invece di "streaming ?(risposta a G.Borlettini)
    inviato da Beatrice Galesi il 5 Giugno 2014

    Se la parola "internet" indica una contrazione della

    locuzione inglese "interconnected networks"(ovvero

    "reti interconnesse")il termine "internetvideo" al

    posto di "streaming" proposto da G. Borlettini, non

    appartenendo alla lingua italiana,penso che non sia

    quello più esatto.

  101. "Dare a Cesare quel che è di Cesare" : protoeditore .
    inviato da Beatrice Galesi il 21 Maggio 2014

    Condivido la proposta di M.Antonietta R.,ma in questa sede(che sicuramente non è quella più adatta)vorrei esprimere un'ultima perplessità:"In un testo, al momento della pubblicazione,perchè non aggiungere il nome del protoeditore(quando esso non coincide con quello dell'editore?"). Sollevo questa questione perchè così facendo si darebbe merito a tutti quei professionisti che finora hanno svolto un lavoro nell'ombra,perchè la paternità di un pezzo o di un libro,hanno sempre portato un nome diverso.

  102. Due parole nuove: 'protoeditore' e 'protoeditazione'
    inviato da Maria Antonietta R. il 20 Maggio 2014

    Dico a Borlettini che la questione è più complessa e che in parte ha qualche ragione anche Galesi. 'Editing' è solo l'avvio per editare un testo e non l'azione conclusiva: non userei quindi, come lei propone al posto di 'editing', il termine 'editazione' ma semmai 'protoeditazione', e 'protoeditore' (parola nuova anche questa) colui o colei che la realizza. C'è poi un altro termine inglese, 'editor' che, secondo il Vocabolario di italiano più volte citato, è colui o colei che cura la pubblicazione di un'opera. In questo caso la parola italiana già esiste ed è 'editore', che inopportunamente, a mio parere, viene a indicare il titolare di una casa editrice. Per fare un esempio, Berlusconi non fa l'editore in senso stretto, bensì l'imprenditore o l'industriale o il titolare o il presidente o l'amministratore o...di una Casa editrice. C'è infatti una distorsione nell'italiano che andrebbe corretta: si veda, per esempio, la definizione di 'costruttori' per coloro che sono in realtà titolari di imprese costruttrici, e via continuando...

  103. Qual è il nome corrispondente al verbo 'editare'? (Contro risposta a Galesi)
    inviato da Giovanna Borlettini il 19 Maggio 2014

    In italiano esiste il verbo 'editare' ma non il nome corrispondente, per questo motivo diciamo "Faccio l''editing'" (non diciamo "Faccio l''editare'"). In sostanza io propongo di dire "Faccio l''editazione'", vocabolo che attualmente non esiste ma che, a mio parere, può indicare in modo adeguato l'atto dell''editare' e sostituire il gerundio inglese 'editing'. Analogo procedimento può valere per numerosi altri casi di gerundio inglese che usiamo con superficialità nel nostro linguaggio comune.

  104. Editing (risposta a Giovanna Borlettini)
    inviato da Beatrice Galesi il 16 Maggio 2014

    E' proprio nel "noto" Vocabolario della Lingua italiana

    che il termine "editare" è già presente con questa

    definizione:"editare - pubblicare (un'opera),riferito

    all'editore ".

    Penso che il pubblicare(o dare alla stampa)venga dopo

    quel lavoro di "lima e cesello"(su un testo o un

    montaggio)che richiede l'editing.

    Dato che la parola"editare"(già esistente)non rende

    altrettanto bene(a mio parere)il senso del termine

    originale,è chiaro che bisogna inventarne qualche

    altra.Propongo,quindi:

    editing - processo di revisione e rielaborazione(di un

    testo o montaggio).

  105. 'Internetvideo' invece di 'streaming'?
    inviato da Giovanna Borlettini il 15 Maggio 2014

    L'intervento ultimo di Beatrice Galesi non aiuta a risolvere il problema di come favorire l'uso di parole italiane in sostituzione di quelle appartenenti ad altre lingue. Ho fatto una proposta precisa per 'editing' in base a riflessioni fatte su una mia attività passata. Ora ne tento un'altra, 'streaming', anche per rendere tale parola più comprensibile: sostituirei 'streaming' (secondo il noto Vocabolario della Lingua italiana: "Accesso a file audiovisivi in tempo reale senza preventivo salvataggio sul proprio computer") con la parola italiana 'internetvideo'. Anche in questo caso attendo eventuali pareri.

  106. Parole da sostituire
    inviato da Beatrice Galesi il 14 Maggio 2014

    A proposito del termine " editing " vorrei avanzare

    queste proposte : 1.editing = processo di rielaborazione del testo senza alterarne lo stile ;

    2.editing = capacità di trovare le parole più adatte

    in relazione al contesto.

    Quindi:

    1.editing = rielaborazione di un testo;

    2.editing = operare sul testo o perfezionare

    l'utilizzo delle parole.





  107. Parole da sostituire
    inviato da Beatrice Galesi il 13 Maggio 2014

    A proposito del termine "editing", vorrei avanzare

    queste proposte:

    1. editing= processo di rielaborazione del testo senza

    alterarne lo stile;



    2.editing = capacità di trovare le parole più adatte

    in relazione al contesto.

  108. Una parola nuova: 'editazione'?
    inviato da Giovanna Borlettini il 6 Maggio 2014

    Mi sono occupata in passato di 'editing' (letteralmente, secondo un diffuso vocabolario della lingua italiana:"L'insieme delle operazioni di correzione, revisione e montaggio per la pubblicazione di un testo...") e ora leggo l'invito di Amilcare di Pisa ad inventare anche parole nuove in italiano in sostituzione di quelle straniere sempre più presenti nel nostro linguaggio quotidiano. Riporto quindi una proposta maturata in alcune riflessioni di allora sul termine 'editing' che mi sentirei di tradurre in italiano con 'editazione', nome derivabile dal verbo italianissimo, di uso corrente, 'editare' (come per 'meditare'-'meditazione', 'medicare'-'medicazione' ecc.). Che ne dite? E' possibile fare di meglio? Me lo auguro, ma credo che 'editazione' sia il termine più appropriato.

    Complimenti per l'iniziativa!

  109. papafelice@gmail.com
    inviato da Ivo il 4 Maggio 2014

    Complimenti per l'articolo. Molto interessante. Continuate così, io sono un assiduo lettore!

    Ivo http://preventiviedili.wordpress.com

  110. Il problema vero sono le parole da inventare
    inviato da Amilcare di Pisa il 29 Aprile 2014

    Osservando l'insieme dei commenti risulta chiaro che il problema delle troppe parole straniere che sempre più usiamo nel parlare italiano, presenta due aspetti diversi: un conto è l'uso di parole di cui, se solo ci fosse più consapevolezza (e più orgoglio della propria lingua), si potrebbe benissimo fare a meno. E' il caso di parole o espressioni come 'austerity', 'ticket', 'authority', 'staff', 'budget', 'fantasy', 'audience', 'business', 'full immersion', 'low cost', 'ebook'.....che hanno in italiano chiari ed evidenti corrispettivi: basta muoversi con un po' più di rigore mentre parliamo o scriviamo. In questo caso direi che il problema è di coerenza ...etico-culturale. Altra questione è la necessità di usare parole straniere in mancanza di alternative nella lingua italiana adeguate ad esprimere compiutamente i medesimi concetti. Sono i casi di parole o espressioni come 'credit crunch', 'outsider', 'lobby', 'impeachment', 'streaming', 'fact checking', 'standing ovation'.... Queste richiedono inventiva e uno sforzo di ricerca generale. La nostra lingua, l'italiano, se non si dota di parole nuove è destinata ad invecchiare presto.

  111. Trecento parole da dire in Italiano proposte da Annamaria Testa
    inviato da Ermanno Testa il 29 Aprile 2014

    Desidero segnalare nel sito www.Nuovo e Utile.it, nella sezione "Punti di vista", un elenco di trecento parole inglesi, ciascuna accompagnata dalla corrispondente traduzione italiana, formulato dalla curatrice del sito Annamaria Testa: intento dichiarato della nota esperta pubblicitaria è dimostrare quanto provincialismo vi sia nell'uso, del tutto inutile, di parole inglesi in presenza di parole italiane di analogo significato, spesso anche più chiare e appropriate, oltre che comprensibili a tutti. Naturalmente acquisiremo anche tale elenco in quello contenente le proposte dei partecipanti a questo blog.

  112. Insomma, più concretezza (anche se a rischio)
    inviato da Caterina P. (LT) il 10 Aprile 2014

    Mi sembra che vi stiate perdendo in discorsi poco concreti. Vi seguo da due mesi perché ho trovato interessante la proposta di produrre e, se necessario, inventare le alternative in lingua italiana alle parole e alle espressioni straniere sempre più invadenti; e mi è sembrata interessante anche l'idea di avviare (ma quando?) una raccolta di tutti i contributi inviati. Questo, secondo me, dovrebbe essere il compito principale di chi partecipa al blog: avanzare proposte concrete, anche a costo di sbagliare. Per ora io vi mando queste: 'smartphone' (telecomputerino, telefonputerino, compucellulare), 'twitter' (cinguettare), 'fiscal compact' (patto fiscale), 'social network' (rete sociale di comunicazione, relazioni tra internauti), 'hashtag' (etichetta), 'post' (messaggio su internet, postet), 'retweet' (rilancio di post, ripost, rimessaggio), 'ebook' (libro elettronico, elibro), 'beach party' (ricevimento in spiaggia), 'start up' (avvio d'impresa), 'task force' (gruppo con compito determinato, gruppo mirato), 'budget' (disponibilità finanziaria), 'blog' (sito di confronto). Qualcuna di queste parole sicuramente è già stata segnalata, ma repetita iuvant. (Ne invierò delle altre: è facile, basta sfogliare a caso giornali e riviste e sforzarsi di pensarci un po'...).

  113. Un complesso da acculturati?
    inviato da Massimo Otranto il 7 Aprile 2014

    Ritengo che uno dei maggiori ostacoli alla campagna di questo blog contro l'uso immotivato nel linguaggio quotidiano di parole ed espressioni straniere, soprattutto angloamericane, oltre che da fattori di moda, scaturisca da un certo diffuso complesso di inferiorità di quanti, pur reputandosi discretamente acculturati, se non altro anche solo per aver frequentato gli studi superiori, conoscono poco o non conoscono affatto alcuna lingua straniera. E per questo motivo, pur avvertendone il disagio, ritengono di doversi sorbire (in silenzio) i vari 'credit crunch', 'business', 'spending review', 'authority', 'shopping', 'hedge fund', 'private equity', 'private banking', 'network', 'know-how', 'net neutrality', 'market place', 'global', 'foodwell', 'brand', 'hi-tech', 'videogame', 'design', 'export', e potrei continuare per molto..... basta sfogliare i nostri giornali, tanto ricchi di parole straniere quanto spesso poveri di notizie dal mondo.

    Se si è consapevoli di ciò, si può (si deve) superare questo complesso: basta mettersi a studiare le lingue straniere; ma, soprattutto, occorre impegnarsi a non svilire l'uso quotidiano dell'italiano!

  114. Disimparare
    inviato da Beatrice Galesi il 6 Aprile 2014

    Giorni fa mi è capitato di leggere questi termini: unlearning "disimparare le cose che fanno parte delle nostre abitudini (routine) e imparare a vivere e a ragionare in modo diverso "; sharing economy "condivisione di saperi, attività, bisogni, oggetti" (una economia dove la regola non è comprare, ma scambiare o condividere... e non solo per risparmiare...); world wide opportunities on organic farms "ospitalità pagata con il lavoro in fattorie

    biologiche"; workaway "ospitalità in cambio del

    sostegno a progetti d'arte, cultura o educazione ;

    couch surfing" scambio di ospitalità o di casa ";

    locloc "noleggio di oggetti (invece che comprarli)" ; collaborative digital services "servizi digitali collaborativi" ( che mettono in contatto persone attraverso piattaforme digitali grazie alle quali possono scambiare, condividere, prodotti, beni, competenze.ecc.).

    In un mondo al "collasso" dove la regola è soprattutto

    "consumare" condivido pienamente il significato di questi termini e auspico che la diffusione di queste idee, cambiando il nostro modo di vivere, il rapporto con i soldi e l'uso del tempo, possa in qualche modo cambiare il mondo.

  115. Riforma o (finta) modernizzazione? (risposta a Beatrice Galesi) 2° parte
    inviato da Ermanno Testa il 31 Marzo 2014

    (segue)... tutti costoro, di fronte al crescere della domanda sociale di una educazione migliore e per tutti (secondo Costituzione), piuttosto che avviare e sostenere con coraggiosi investimenti, finanziari e umani, una seria riforma della scuola, si sono adattati o hanno acconsentito a scelte di cambiamento di pura facciata, utili in realtà a coprire i forti tagli alla spesa pubblica per l'istruzione, con esiti che sono sotto gli occhi di tutti. Questo disegno di finta modernizzazione, fatto non di progettazione lungimirante, ampia e condivisa, bensì di progetti e progettini di breve respiro, si è potuto avvalere di slogan, formule e formulette - che tu in parte citi - accattivanti nella loro terminologia anglosassone, ma estranei al 'corpo pensante' della scuola. E l'uso modaiolo di tante espressioni straniere, cosa del tutto inutile (come dimostra la puntuale ed esaustiva traduzione che ne fai), non è stato certo estraneo a questo finto, sciagurato disegno di (mancato) cambiamento.

  116. Riforma o (finta) modernizzazione? (risposta a Beatrice Galesi) 1° parte
    inviato da Ermanno Testa il 31 Marzo 2014

    Cara Beatrice, con le tue citazioni in "Metodi di apprendimento" ('problem solving', 'peer education', learning by doing', 'open classroom' ecc.) hai toccato un tasto assai delicato della storia della scuola italiana degli ultimi cinquant'anni condensabile nel suo tuttora mancato adeguamento, in strutture e contenuti, al massiccio processo di scolarizzazione di massa iniziato a metà degli anni sessanta. Una classe politica miope e inconcludente, un potere burocratico resistente ad ogni processo di autoridimensionamento, una certa presenza accademica attenta a mantenere sulla scuola, in combutta con una editoria scolastica di dubbia qualità, la propria influenza ideologica (e i propri interessi), un sindacalismo in buona parte corporativo e clientelare, interessi privati e confessionali organizzati, (segue)

  117. L'incomprensione è peggio della cattiva pronuncia! (3) (Per conoscenza)
    inviato da L'autore il 25 Marzo 2014

    Gentile dott. Augias,

    non mi ha molto convinto il commento da lei fatto martedì 11 marzo alla lettera di Pier Luigi Pettigiani il quale lamentava l'uso eccessivo e, di fatto, immotivato di parole ed espressioni straniere nei giornali e in tv. Ella, pur dichiarandosi d'accordo con il suo interlocutore, glissa poi, cavandosela con la critica alla pessima pronuncia di chi fa uso di quelle parole, sottacendo la questione centrale che il lettore le poneva: la sudditanza esterofila e provinciale dei nostri organi di informazione, stampa e tv. Volendo sottilizzare, alla luce del fatto che il giornale su cui ella scrive ogni giorno è pieno zeppo di termini stranieri, aver concentrato da parte sua l'attenzione sul problema della cattiva pronuncia mi fa pensare ad un suo tentativo, non saprei dire quanto consapevole, di dirottare il sacrosanto sdegno del lettore unicamente verso la (cattiva) comunicazione orale, cioè quella della tv, facendo salva la stampa, e quindi in qualche modo anche il suo giornale.

    Con stima

    (Lettera firmata)

  118. Un bravo al radiocronista (secondo invio)
    inviato da Antonio D. G. il 25 Marzo 2014

    Mentre guido ascolto su Raiuno la radiocronaca delle partite di calcio quando, inaspettatamente, da uno dei campi di gioco collegati sento l'annuncio concitato di una segnatura:"..'rete' del giocatore X, su 'assistenza' del compagno di squadra Y". Finalmente da un canale nazionale non sono costretto a sentire per l'ennesima volta:"..'goal' di X su 'assist' di Y".

    Un bravo al radiocronista!

  119. Chiarimenti tecnici
    inviato da Amministratore il 25 Marzo 2014

    Alcuni partecipanti al blog fanno riferimento ad allegati. Ricordo che tutto ciò che si vuole pubblicare deve essere inserito nello spazio "Commento".

  120. Un bravo al radiocronista
    inviato da Antonio D. G. il 23 Marzo 2014

    Mentre guido ascolto su Raiuno la radiocronaca delle partite di calcio quando, inaspettatamente, da uno dei campi di gioco collegati sento l'annuncio concitato di una segnatura: . Finalmente da un canale nazionale non sono costretto a sorbirmi per l'ennesima volta:. Un bravo al radiocronista!

  121. L'incomprensione è peggio della cattiva pronuncia! (2)
    inviato da L'autore il 18 Marzo 2014

    Nel mio intervento del 12 marzo scorso faccio riferimento a una mia lettera di critica circa una risposta data da Corrado Augias a un lettore di "Repubblica" che lamentava l'uso eccessivo di parole straniere. La lettera da me inviata,stranamente non compare nel blog; quindi la invio di nuovo, per conoscenza.

  122. Metodi di apprendimento
    inviato da Beatrice Galesi il 15 Marzo 2014

    Anche nel campo della scienza dell'educazione incontriamo diversi termini stranieri, es.:problem-solving (problematizzazione o risoluzione di problemi); brain storming (tempesta nella mente o reazione a catena di idee); cooperative learning (apprendimento cooperativo); peer education (didattica orizzontale tra pari); learning by doing (imparare facendo); digital competence (competenze digitali); open classroom (classi aperte o una scuola popolata di laboratori); learning to learn(imparare a imparare); teaching to learn (insegnare a imparare); life long learning (apprendimento permanente o apprendere come abito permanente), e così via.

    Naturalmente su ognuno di questi termini si potrebbero scrivere trattati e le spiegazioni date sono senz'altro piuttosto riduttive.

    Sono comunque convinta che questo luogo di discussione (blog), in questo campo come in altri campi del sapere stimoli chi vi partecipa non solo alla ricerca di termini stranieri e delle corrispettive parole italiane, ma soprattutto dà l'impulso ad approfondire la conoscenza di tali significati.

  123. Tumbler
    inviato da Carla il 15 Marzo 2014

    Stamattina andando a fare la spesa alla Coop, ho trovato un opuscolo per la raccolta-punti per diversi oggetti.

    Tra gli oggetti da "vincere", come brocche e calici ho trovato l'indicazione di TUMBLER. A me sembravano semplici BICCHIERI! ma non avevo mai sentito questo termine, che sono andata a cercare sul dizionario inglese/italiano. Ora, non credo che ci si possa opporre a questo cammino verso una lingua comune di comunicazione, e non avrebbe neppure senso, però l'utilizzo di termini stranieri, in questo caso, mi sembra del tutto inutile ed anzi "escludente" per chi non conosce l'inglese in modo approfondito. Nel linguaggio della Scienza, si utilizzano da tempo termini inglesi, che spesso esprimono con precisione e in modo sintetico concetti anche complessi, ma nel caso in questione, mi sembra che il termine inglese sia utilizzato solo per rendere più appetibile l'oggetto per il consumatore. D'altronde basta guardare le pubblicità in TV, per trovare donne che parlano in inglese o in italiano con accento inglese. Donne e inglese evidentemente "vendono" di più! Distinguerei quindi tra l'uso dei termini stranieri nei casi in cui è di aiuto per la comprensione dei concetti che si desidera esprimere e l'uso strumentale, in altri contesti, con il solo fine di condizionare i cittadini nelle loro scelte. Si evidenzia così il nostro "provincialismo".

  124. Una degenerazione che ci è sfuggita di mano...
    inviato da Fiorenza Bonazzi (Fe) il 15 Marzo 2014

    Qualsiasi abuso è di per sé un errore, quindi un male. Nell'analizzare le cause del degrado in cui è caduta la lingua italiana (e non solo), guardando indietro negli anni in cui ancora insegnavo, è necessario che gli insegnanti facciano un serio esame di coscienza: abbiamo lasciato passare molte scorrettezze e/o imperfezioni, valutandole spesso con leggerezza. Rammento, per esempio, l'uso errato o lo scambio di codice tra la matematica e l'italiano (l'uso del per); i numeri romani per leggere date o elenchi dinastici, mai insegnati; come mai il numero del secolo apparentemente è maggiore della data a cui si riferisce (XVI secolo corrisponde al 1500); oppure introducendo parole straniere, soprattutto inglesi, nel nostro vocabolario quotidiano, perché era di moda (vedi week end). Da qui è partita una degenerazione che ci è sfuggita di mano e ha coinvolto anche i "congiuntivi".

    Non so quanti docenti sappiano la differenza fra i modi dei verbi: l’indicativo per la realtà; il congiuntivo per la possibilità; il condizionale per il desiderio, e così via...

    Per fortuna poi ci sono persone come voi che si accorgono del rischio, ne sono consapevoli. Fortunatamente può essere un modo per recuperare quanto perduto. Anzi, è una grande speranza.



  125. L'incomprensione è peggio della cattiva pronuncia
    inviato da L'autore il 12 Marzo 2014

    Invio, per conoscenza, un mio messaggio a Corrado Augias in merito a una lettera pervenuta a 'la Repubblica' in cui si lamenta l'uso sconsiderato (e senza traduzione) su stampa e tv di parole straniere come jobs act, spending review, fiscal compact, share, low cost, credit crunch, partnership, peacekeeping, insider trading, manager officier, instant messaging...



  126. Da una lettera a 'la Repubblica'
    inviato da Amilcare di Pisa il 11 Marzo 2014

    (Lettera a 'Repubblica'del 11/3/2014, di Pier Luigi Pettigiani di Vistrorio - Torino).

  127. Io ci provo
    inviato da Eleonora il 3 Marzo 2014

    Sono d'accordo con Ugo F., ci vuole concretezza. Scelgo, sfogliando a caso un noto 'vocabolario della lingua italiana', la voce 'out' e relativi composti. E avanzo qualche piccola proposta in favore dell'uso della lingua italiana: 'out' (fuori, stanco, stressato, inconcludente); e poi, 'outbound' (sconfinamento, fuori limite), collegato a 'call center' (centro telefonico):(offerta da centro telefonico); 'outdoor' (all'aperto, fuori porta); 'outing' (pubblica ammissione, esternazione, rivelazione); 'outlet' (sbocco, scarico, saldo); 'outplacement' (ricollocazione); 'output' (risultato, esito, trasferimento dati), e, all'opposto, 'input' (impulso, avvio, inserimento); 'outrigger' (scalmo, appoggiaremo,-nuovo in italiano-); 'outsider' (marginale, secondario, non favorito); 'outsourcing' (terziarizzazione, subappalto); 'acting out' (manifestazione, azione dimostrativa, esternazione, comportamento aggressivo). Come si vede, corrispettivi italiani ce ne sono, spesso anche più d'uno, tali da consentire di scegliere i significati più appropriati al contesto comunicativo. Attendo osservazioni.

  128. Anche Eugenio Scalfari...
    inviato da Amilcare di Pisa il 2 Marzo 2014

    Oggi (2/3/14), anche Eugenio Scalfari, editorialista de 'La Repubblica', nell'articolo dal titolo "Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia", sente la necessità di tradurre, per lettori (si presume) non certo sprovveduti, una delle tante espressioni straniere sempre più in uso nella informazione giornalistica (p. 27)

  129. Ma chiamatelo cancelletto!
    inviato da Amilcare di Pisa il 25 Febbraio 2014

    Più che la frase rivolta da Matteo Renzi a Enrico Letta, "Staisereno", quasi subito contraddetta, mi ha angosciato il non conoscere al momento il significato della parola 'hastag'. Ma perché non chiamarlo 'cancelletto' o 'segnale di nota'? Quanti italiani non ne conoscono il significato?

  130. La lingua veicola la cultura
    inviato da Nina il 24 Febbraio 2014

    Riporto quanto dichiarato dal cantante belga Stromae, dopo la sua partecipazione al festival di Sanremo
    "Canto in francese e ne sono fiero. Lo dico senza cattiveria, questa supremazia della musica inglese ci allontana dalla nostra cultura. Se volessi ascoltare un cantante italiano, lo farei con una canzone nella sua lingua. Non voglio cambiare la lingua per essere "più internazionale", voglio essere sincero, onesto".

  131. Non solo Accademia!
    inviato da Ugo F. il 22 Febbraio 2014

    Sì, ma non facciamo di questo blog solo un'Accademia(!). L'azione di contrasto contro l'esterofilia linguistica va rafforzata con proposte concrete. Per questo propongo intanto di segnalare e denunciare i casi di parole straniere contenute negli atti pubblici: leggi, regolamenti, norme, ordinanze, bandi, modulistica di ogni tipo, comunicazioni, relazioni, note, giudizi scolastici e quant'altro. Ci sono margini giuridici per invalidare quegli atti pubblici che contengono parole estranee alla lingua italiana? Qualcuno mi risponda.

  132. La questione centrale
    inviato da Un lettore attento il 20 Febbraio 2014

    Ho l'impressione che stiamo perdendo di vista la questione centrale sollevata in questo blog, che è certo il contrasto alla diffusa esterofilia nell'uso delle parole, ma è soprattutto quella di come riuscire con l'italiano ad esprimere quei concetti nuovi che "in ogni campo dell'agire umano" si vanno affermando attraverso parole o espressioni appartenenti ad altre lingue. Rivedendo magari, o addirittura inventando, se possibile, parole italiane nuove: in caso contrario l'italiano rischia in breve tempo di diventare una lingua obsoleta. Non basta lamentarsi dell'inutile e controproducente esterofilia; piuttosto in molti casi c'è da chiedersi se tale tendenza più che da moda non sia dettata dall'opportunità che la parola straniera offre, rispetto al corrispettivo termine italiano, di rappresentare particolari sfumature di significati; quando poi non esiste corrispettivo alcuno, il discorso sembra chiudersi lì. Che espressioni possiamo usare in italiano al posto di parole come streaming, borderline, outsider, leader? Qualcuna esiste, ma non rende altrettanto bene il senso dell'originale; qualche altra va 'inventata'. Dunque, più che lamentarci, proviamo ad avanzare proposte. Senza problemi!

  133. Ben altre sudditanze
    inviato da Antea D. G. il 18 Febbraio 2014

    Non si riesce più a leggere il giornale per dieci minuti in santa pace; quando non conosci o non conosci bene il significato di una parola o di una locuzione perdi il ritmo della lettura e vai avanti per approssimazione. Io non pretendo che vengano abolite tutte le parole straniere in uso nel linguaggio quotidiano, il tempo di sedimentazione conta; per esempio, mi sembrerebbe ridicolo - come già hanno scritto, con un certo umorismo, Scolastica e Citran (1 e 7 dicembre) - sostituire la parola bidè con cavallino (nella sua accezione originale) o con lavabo basso o lavabo intimo, se considerato nella sua normale funzione. Ma, per favore, ci si risparmino inutili esterofilie quando esistono, belli e chiari, i corrispettivi termini italiani. Penso a parole ed espressioni come franchising (affiliazione commerciale), share (quota di gradimento), election day (giorno di elezioni), fiscal pact (patto fiscale), fact checking (controllo di quanto fatto), melting pot (mescolanza, miscuglio) e potrei continuare a lungo. A volte mi sento mortificata da questa sudditanza linguistica perché capisco che è il sintomo di ben altre sudditanze...

  134. "Per una migliore comprensione dei testi"
    inviato da beatrice galesi il 8 Febbraio 2014

    Sul testo di storia abbiamo incontrato il termine"chopper".

    Mi chiedo se per bambini di 3^ classe di scuola primaria non sia più semplice parlare solo di"pietra scheggiata solo su una faccia".

    E al posto di "homo habilis", non sarebbe bene utilizzare solo "uomo abile"?

  135. Inseguo, ma perché?
    inviato da Alberto Marini il 6 Febbraio 2014

    Inseguo, ma con sempre maggiore fatica; vada per: class action, job act, coming out, election day, mobbing, spread, spending review, share, e così via, parole di cui ormai conosco il significato; ma poi, con chi potrei usare simili espressioni? Forse anche questo inutile 'balzello' linguistico è un ostacolo non piccolo alla comunicazione sociale. Oggi mi sento ancora una volta respinto dalla lettura del giornale: meet up, credit crunch, buy back, crowdfunding, fact checking, exergaming ..., parole il cui significato debbo andare a ricercare nel sempre più monumentale (per dimensioni!) 'Vocabolario della Lingua italiana' (italiana?). Eppure non mi pare di avere una mentalità da provinciale o da passatista e posso vantare discreti studi alle spalle... Ma perché lasciamo che accada tutto questo?

  136. Incominciamo dallo sport!
    inviato da Maestra Anita B. il 27 Gennaio 2014

    Cara collega Giovanna, sono molto d'accordo con te; a scuola con i bambini incominciamo dallo sport, argomento che generalmente suscita in loro grande interesse. 'Concediamo' loro di parlare di sport in classe, purché, 'in cambio', si abituino a usare parole italiane. Incominciamo dai nomi degli sport: calcio (e non football), pallavolo (e non volley), pallacanestro (e non basket), pallabase (e non baseball), pallaovale (e non rugby), racchette (e non tennis); quest'ultimo termine può sembrare ridicolo: vada pure per tennis, ma poi perché dire game invece di gioco, set invece di partita, match invece di incontro? Nel calcio poi, il più conosciuto, ci si può allargare a: corner (calcio d'angolo), penalty (calcio di rigore, rigore), cross (traversone), dribbling (finta, serie di finte), goal (rete), offside (fuorigioco), mister (allenatore, direttore tecnico), derby (incontro, competizione), pressing (pressione), assist (ultimo passaggio, passaggio decisivo); e poi basta con 'Juventus Stedium'! E' latino: si dice 'Stadium'!

  137. Parole senza plurale...
    inviato da Giovanna Par. il 22 Gennaio 2014

    Faccio sempre più fatica a lavorare sulla "C" di scuola o sulla doppia "Q" di soqquadro con i miei bambini di seconda. La fatica in effetti, nella scuola dove da vent'anni tutti i giorni cerco di insegnare a leggere e a scrivere, in una periferia di Roma neanche troppo degradata, cresce ogni anno di più. Pesano fattori esterni che non riguardano solo la pratica dei messaggini e l'uso dei vari strumenti tecnologici, compresi, a volte, i giocattoli, ma anche la tendenza ormai diffusa di molti programmi televisivi ad usare, e a educare quindi all'uso, senza un motivo plausibile, di parole ed espressioni straniere, una specie di "Non è mai troppo tardi" finalizzati al non apprendimento della lingua italiana: come faccio a far entrare in testoline infatuate di tifo calcistico, contro il parere della tv, che è più appropriaro dire 'rete' invece che 'goal', che la prima parola fa parte della lingua italiana e la seconda no, che la prima si legge come è scritta e la seconda no, che solo la prima prevede il plurale in caso di più segnature: basta cambiare la desinenza (un vantaggio!)... Ahi, quante parole senza plurale stanno entrando nelle teste dei nostri bambini! Rodari che direbbe?

  138. All''amica dissenziente'
    inviato da Ugo F. il 11 Gennaio 2014

    Cara 'amica dissenziente', la spiegazione te l'ha già data Amilcare di Pisa, intervenuto prima di te. Qui non è in discussione un normale, positivo meticciamento linguistico, ma un massiccio processo in corso di colonizzazione culturale, tutt'altro che qualificante, sintomatico di una pericolosa trasformazione in atto della nostra società soggiogata a modelli di sviluppo governati da gruppi di interesse organizzati. Si tratta di un processo rispondente a logiche di potere piuttosto che a obiettivi di bene comune, inconciliabile con una idea di futuro sostenibile. Questa battaglia, dunque, riguarda la nostra lingua, ma non solo: con essa è in ballo anche la qualità stessa del nostro futuro (prossimo). Non è perciò banale, e tanto meno ridicolo, evitare, per esempio, di usare parole come: trust, stage, dancing, meeting, utility, spending review, videogame, budget, follower, partnership, authority, dossier, test, copyright, location, baby sitter...... piuttosto che: monopolio, tirocinio, balera, riunione, utilità, riesame dello spendere (della spesa), videogioco, somma (disponibile), seguace, partenariato, autorità, fascicolo, prova, diritto d'autore, ambiente, bambinaio/a.....(E se la parola corrispondente non ci soddisfa, formuliamone altre e mettiamole liberamente qui in discussione!)

  139. Con quale motivazione?
    inviato da Amica dissenziente il 10 Gennaio 2014

    Durante il fascismo il regime tentò di salvaguardare la lingua italiana da intrusioni straniere, con soluzioni qualche volta riuscite (vedi 'rimessa' per 'garage', 'tramezzino' per 'sandwich'), a volte riuscite in parte ('mescita' per 'bar', 'acquavite' per 'brandy', 'footing' per 'corsa di allenamento', 'cravattino' per 'papillon', 'cialdino' per 'cachet'), non poche volte francamente ridicole ('bevanda arlecchina' per 'cocktail', 'cotiglioni' per 'cotillon', 'fuggicasa' per 'pied-à-terre', 'brillante' per 'soubrette', 'giovanottiera' per 'gaconniere'). Questa scelta di autarchia linguistica poggiava su una ideologia nazionalista, oggi francamente improponibile. Tenendo conto che ogni lingua si evolve nel tempo e che come non mai vanno sviluppandosi a livello mondiale forme sempre più diffuse di meticciamento culturale, quale idea di fondo dovrebbe motivare (e sostenere) oggi un atteggiamento purista per quanto riguarda l'uso della lingua italiana?

  140. E' una battaglia politica (segue)
    inviato da Amilcare di Pisa il 2 Gennaio 2014

    Per quanto riguarda le proposte alternative all'uso di parole straniere, propongo di approfondire la questione soprattutto rispetto a quattro ambiti, quelli a mio parere più inflazionati: quello dello sport, a partire dal calcio; quello dello spettacolo e in generale della comunicazione di massa; quello dell'informatica; quello dell'economia e della finanza.

    Spero di essere stato, anche con il precedente intervento, 'politicamente corretto' (per carità, non 'politically correct').

  141. E' una battaglia politica
    inviato da Amilcare di Pisa il 2 Gennaio 2014

    Ciò che sta avvenendo sul piano linguistico non è altro che il riflesso dell'affermarsi di modelli valoriali tipici del consumismo, del successo facile, del disprezzo della cultura, della esaltazione del fatuo, della confusione valoriale, dell'uso spropositato e spesso inutile di nuovi oggetti tecnologici, dei bisogni indotti, del venir meno dei vincoli di solidarietà, a cui fanno da sfondo il crescente divario economico tra ricchi e poveri,la perdita del valore sociale ed economico del lavoro, la riduzione dei diritti. A tutto questo non a caso corrisponde, e ne è uno dei terreni di coltura, l'uso crescente, inutile ed esagerato, di vocaboli estranei alla nostra lingua. Spossessarci di questa parte importante della nostra identità culturale, sia pure inconsapevolmente, è un modo per soggiacere a questa logica di potere: il senso di questa nostra battaglia va perciò ben al di là della dimensione linguistica, essa riguarda piuttosto il nostro futuro prossimo sotto tutti gli aspetti, culturale, sociale, politico.

  142. Come per il congiuntivo
    inviato da Carmela Bianchi il 26 Dicembre 2013

    Nei tanti anni di insegnamento mi sono sempre impegnata, in particolare, affinché i miei ragazzi imparassero ad usare bene il congiuntivo (e il condizionale), e questo con una motivazione, risultata, almeno per loro, convincente: che non si trattasse tanto di rispondere a una esigenza formale, con l'occhio al passato, quanto di garantire, per l'oggi, alla comunicazione, sia verbale sia scritta, maggiore pregnanza di significati, di sfumature, di allusioni: un modo, anche questo, di esprimere e partecipare a una superiore qualità dei rapporti umani. L'eccessiva semplificazione verbale non sempre garantisce una comunicazione più efficace, ma certamente determina un impoverimento culturale con effetti analoghi sulla qualità dei rapporti sociali e della vita.

    Una simile esigenza mi spinge oggi a considerare importante quanto affermato in questo blog. Si usino bene le lingue straniere, possibilmente più di una; ma se si parla in italiano si usino, per quanto possibile, parole italiane: anche questo può concorrere a dare maggiore significato ai nostri rapporti sociali. E non è questione di distinzione sociale ma di consapevolezza culturale e di rispetto e attenzione per la propria intelligenza e per quella degli altri.

    A proposito di "stalking" e di "mobbing" - per rispondere a Citran - concordo, in sostituzione del primo termine, con "persecuzione"; per quanto riguarda il secondo propongo, in alternativa, "tiranneggiamento".

  143. nick name
    inviato da Paolo Citran il 7 Dicembre 2013

    Mi par buono "identificativo"

  144. francese / inglese
    inviato da Paolo Citran il 7 Dicembre 2013

    Bidè deriva dal francese "bidet" ed in italiano sarebbe "semicupio", il che fa un po' ridere. Ma i francesismi risalgono a quando il francese era lingua straniera "dominante". Ora si spargono a piene mani neologismi inglesi. Per esempio nella valutazione scolastica.

    Se "stalking" è "persecuzione", cosa sarà "mobbing"? "Persecuzione in ambito lavorativo", o "sul lavoro"? Un po' lungo?

    Ciò che mi sembra insopportabile è usare assoluti "barbarismi" senza dare tra parentesi una traduzione o affastellare termini su termini inglesi. Come se tutti fossero perfetti anglofoni o anglografi.

  145. Dizionari della Lingua italiana?
    inviato da Eleonora il 5 Dicembre 2013

    I Dizionari della "lingua italiana" non dovrebbero più intitolarsi così. A forza di inserirvi, spacciandole per italiane, parole straniere, essi dovrebbero chiamarsi Dizionari della "lingua usata in Italia" che non è detto che sia sempre l'italiano. Ai compilatori dei Dizionari della "lingua italiana" proporrei,in alternativa, di allegare in coda ad essi un'Appendice con i "vocaboli stranieri in uso in Italia".

  146. Proposte alternative...
    inviato da Amiche a cena il 5 Dicembre 2013

    Elaboratore vs computer; scrivania vs desktop; bacheca vs home page; filza, serie vs file; ordinamento vs layout; diapositiva vs slide; posta, postel (posta el.) vs email; chiacchiera vs chat; mostra, rivelatore vs display: attendiamo controproposte o proposte aggiuntive.

  147. 'Stalking' no, meglio 'persecuzione'
    inviato da Giovanna B. il 1 Dicembre 2013

    La parola 'stalking', a mio avviso, andrebbe abolita nel linguaggio corrente e sostituita con la parola "persecuzione", anche perché tale reato colpisce i più indifesi, che sono molto spesso donne. Specialmente a queste persone la parola 'stalking' risulta incomprensibile, e questo non facilita da parte loro la denuncia di tale reato.

  148. Meticciamento, non inutile colonizzazione
    inviato da Scolastica il 1 Dicembre 2013

    L'intervento di Paolo Citran merita un po' d'ordine. Dante non usava (forse) il bidè e tanto meno la parola 'bidè. Tuttavia essa è il frutto di un meticciamento avvenuto da tanto tempo e ormai consolidato da rendere ridicola una sua eventuale trascrizione italiana del tipo 'lavabo basso' o 'lavabo intimo', anche se... Termini stranieri si possono, anzi, si debbono usare se si vogliono esprimere particolari sfumature: per esempio, di fronte al riconoscimento di un comportamento meritevole e fuori del comune non è sbagliato ed è anzi elegante usare la parola 'chapeau', sarebbe invece ridicolo dire 'cappello'. Anche questo esempio fa parte di uno stile ormai consolidato. Ma perché usare, per esempio, una espressione (tutta contemporanea) come 'art director' invece di 'direttore artistico'?

  149. errata corrige (testo sostitutivo sernza refuso)
    inviato da Paolo Citran il 22 Novembre 2013



    Prego correggere "Il meticciamento della lingua italiana" che per motivi ignoti è stato tagliato.



    Vivo in una regione in cui si parla (anche) una lingua cosiddetta “minoritaria”, il friulano, che si tende in vari modi a conservare e preservare da una morte lenta come si fa per animali a rischio di estinzione( discorsi analoghi potrebbero farsi in Italia per il sardo o l’occitano, il Spagna per il basco ed il catalano, in Francia per le meridionali lingue “d’oc” che hanno “perso” secoli or sono contro quelle settentrionali “d’oil”, e così via). Ma il friulano resta simile alla lingua di una riserva indiana, forse destinata allo spegnimento, così come i suoi parlanti, predominante essendo l’italiano, o magari i dialetti veneti o venetizzanti.

  150. complimenti x l'iniziativa
    inviato da ibiscus il 21 Novembre 2013

    Facendo i complimenti per l'iniziativa approfitto per sostenere la scelta di "identificativo" per nick name!

    grazie

  151. Ancora sul meticciamento della lingua italiana (terza parte)
    inviato da Paolo Citran il 20 Novembre 2013

    In tempi di globalizzazione economica, tecnologica, culturale, ecc. ecc. è possibile non “meticciare” l’italiano? Mi sembra di no. Certo si potrebbe parlare di “revisione della spesa” anziché di “spending review”, ma in altri casi le traduzioni italiane potrebbero essere ridicole: “ Commonwealth” come potrebbe tradursi? Trovo (in Wikipedia !)che significherebbe “benessere comune”?. Ma che c’entra con l’ex impero britannico? L’inglese è ormai il vero esperanto ( ma anche lo spagnolo/castigliano come lingua mondiale non è mica male).

    Facciamo imparare l’inglese ed altre lingue seriamente ai nostri figli e nipoti, se già non l’hanno dovuto apprendere e parlare nelle loro migrazioni fuori d’Italia. E facciamo anche imparare bene loro la lingua madre, quale che sia, con ricchezza sintattica e semantica, di lessico e di sfumature (ho pensato “nuances”), affinché sviluppino competenze di base che permettano loro di essere cosmopoliti e poliglotti (ma vedete che ricorro al greco antico?). Ampliando così ristrette “ Weltanschauungen”.

  152. Ancora sul meticciamento della lingua italiana
    inviato da Paolo Citran il 20 Novembre 2013

    Vivo in una regione incui si parla (anche) una lingua cosiddetta “minoritaria”, il friulano, che si tende in vari modi a conservare e preservare da una morte lenta come si fa per animali a rischio di estinzione( discorsi analoghi potrebbero farsi in Italia per il ante essendo l’italiano, o magari i dialetti veneti o venetizzanti.

  153. L'inevitabile meticciamento
    inviato da Paolo Citran il 20 Novembre 2013

    Purtroppo mi considero un neo-analfabeta, ancorché paleo-laureato.

    Appartengo alla categoria (lentamente in estinzione) di coloro che non parlano le lingue straniere, magari avendone studiate alcune con una conseguente conoscenza “scolastica”. Non ho mai studiato l’inglese; e questo oggi è uno svantaggio rilevante. Vivo con fastidio il trovarmi sempre più frequentemente di fronte a termini inglesi (in discorsi scritti o parlati) in cui mi imbatto per la prima volta, spesso ostentati con noncuranza (ma mi vien da scrivere “nonchalance”: inevitabile francesismo di una persona “antica”), alla maniera del professor Monti, per capirsi, quando davanti al Parlamento ed ai teleschermi usò la per i molti ignota parola “spendig review” (e tanti altri inusitati anglicismi).

    Tuttavia non è che io intenda più di tanto a oppormi a questa tendenza (ormai a dico spesso “trend”) che considero irreversibile, la quale comporta tra l’altro un “imbarbarimento” della nostra favella. Sarebbe un lottare contro i mulini a vento, un remare contro corrente, un fare la pipì contro il verso della bora o della tramontana.

  154. non sono d'accordo
    inviato da dotto il 15 Novembre 2013

    Non sono d’accordo con Renato Corsetti: se è nome è nome e che cosa c’entra allora nick (…)? Ma non va bene neanche soprannome, come lui propone, poiché soprannome ha un connotato di riconoscimento sociale (quel tale è soprannominato …) che contrasta con il carattere di segretezza o quanto meno di riservatezza che alla locuzione nick name si attribuisce; stesso discorso vale per nomignolo, di fatto un soprannome. Nick name lo si usa per esempio nei concorsi ed esami a busta chiusa per identificare, dopo la correzione delle prove e il giudizio, il nome vero del concorrente; in questi casi, nick name serve a identificare con certezza il concorrente; analogo criterio di riservatezza vale anche per la comunità virtuale. Perciò sostituirei la locuzione nick name con nome identificativo, o semplicemente con l’attributo sostantivato identificativo.

  155. prof.
    inviato da Renato Corsetti il 12 Novembre 2013

    nick name = soprannome ma anche semplicemente nome

  156. Finalmente!
    inviato da Ippolito Nievo il 15 Ottobre 2013

    Finalmente un ragionamento serio e articolato e una proposta su come contribuire a contrastare il processo di progressiva colonizzazione linguistica in atto nei confronti della lingua italiana. Di ciò sono responsabili in primis i sistemi di comunicazione di massa che utilizzano, in molti casi senza alcuna valida motivaszione, parole sraniere nei riguardi di utenti che spesso hanno difficoltà a comprendere e sono costretti a sottostare con disagio a tale moda. Che motivo c'è di non usare la lingua italiana quando ciò è possibile(e anche quando ciò sembra, ma spesso non lo è, impossibile)? Questo documento-manifesto ha il pregio di non guardare indietro, bensì di proporre una modalità, richiamando l'impegno di tutti, per contribuire a rinnovare la lingua italiana di fronte alla massa di concetti nuovi che la modernità e il progresso in ogni campo dell'agire umano ci propongono.

    P.S.- A proposito, anche le parole "nick name", poste qui sopra, andrebbero tradotte in italiano! Cari saluti e buon lavoro!

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