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ALLA SCUOLA “STA A CUORE” ... Quali rimedi per una scuola che non funziona

Alla scuola “sta a cuore” ...
Quali rimedi per una scuola che non funziona
Ermanno Testa

Compito della scuola è di concorrere in misura significativa a dotare ciascun cittadino del bagaglio culturale necessario ad esercitare consapevolmente i diritti di cittadinanza e a maturare un’etica pubblica comparabile all’attribuzione di sovranità contenuta nell’articolo 1 della Costituzione.

Quanto sia importante tale compito lo spiega il dettato costituzionale che, pur riconoscendo il primato educativo della famiglia e l’importanza del molteplice tessuto culturale della società, affermando il diritto-dovere di tutti i giovani all’istruzione, in particolare con l’obbligo scolastico, assegna alla scuola dello Stato, che la Repubblica istituisce per ogni ordine e grado, il compito di garante universale della crescita civile e democratica delle nuove generazioni.

In sostanza, al Paese “sta a cuore” la crescita civile e democratica di tutta la popolazione giovanile e il sistema statale di istruzione ne è lo strumento istituzionale fondamentale, e perciò irrinunciabile. Infatti, con l’istruzione per tutti, la scuola non solo garantisce un servizio alla persona, ma contestualmente assolve al compito istituzionale di educare le nuove generazioni ad un’etica della responsabilità e della partecipazione generando in esse un consapevole bisogno di democrazia. Un tale compito si realizza con insegnanti la cui capacità educativa si fonda su una buona competenza culturale e su un’etica professionale mirante a far sì che tutti gli allievi possano raggiungere il successo scolastico.

Attualmente, fino a che punto la scuola risponde a tali finalità? Rispetto al quadro di principi e norme costituzionali che, in un certo senso, delineano per l’insieme della società un’idea di futuro, in che misura il sistema di istruzione sviluppa o meno la sua efficacia o, addirittura, se ne allontana? Che cosa impedisce alla scuola di rispondere positivamente, attraverso una costante autorigenerazione, alle profonde trasformazioni sociali, culturali e di costume in atto? Dalle più recenti rilevazioni si ricava che – fatte salve le tante, importanti “isole felici”, frutto dell’impegno personale di minoranze di insegnanti preparati – alla cronica generale difficoltà nel cercare di garantire agli allievi (non tutti, purtroppo!) livelli di istruzione comunque superiori a quelli delle generazioni precedenti, va sommandosi un generale deterioramento nella qualità educativa, osservabile da qualche anno anche attraverso il linguaggio e i comportamenti, individuali e collettivi, delle ultime generazioni. Insomma, al vizio storico della scuola, di ordine classista, di  premiare i più avvantaggiati socialmente - un tempo attraverso rigide selezioni, successivamente offrendo libero accesso a traguardi formali spesso non corrispondenti al contenuto educativo dichiarato, pratica socialmente diseducativa - sembrano ora aggiungersi ulteriori difficoltà per un sistema che sembra girare a vuoto, incapace, ad onta delle tante sperimentazioni, di autoriformarsi, inceppato e bisognoso di una profonda revisione. In quale direzione?

Nella scuola è centrale la figura dell’allievo e l’allievo, come da Costituzione, “sta a cuore” alla scuola. Dunque il centro del problema è la qualità del rapporto educativo con l’allievo, decisivo il ruolo dell’insegnante.

Una maggiore vicinanza educativa, una più spiccata responsabilizzazione per quanto riguarda il successo scolastico di ciascun allievo che dia luogo ad una modalità di insegnamento ispirata, per esempio, ai criteri del cosiddetto “curricolo verticale”; che tenga conto delle conoscenze pregresse dell’alunno; che dia impulso ad un apprendimento di tipo induttivo, dialogico, cooperativo, e che di pari passo accerti costantemente quanto appreso; che non trascuri le opportunità educative che l’ambiente e il territorio possono offrire: queste potrebbero/dovrebbero essere alcune delle caratteristiche di un insegnamento efficace. Bisognerebbe evitare che la presenza in cattedra si connoti come attività impiegatizia, di routine, poco incline a innovare e a ricercare di volta in volta la mediazione didattica più efficace, affidandosi sostanzialmente ad un apprendimento libresco delle discipline e limitandosi a riscontrarne burocraticamente, in termini numerici, gli esiti, spesso solo mnemonici, senza troppo interesse verso la dimensione umana degli allievi; anzi esplicitamente ignorando le loro emotività, aspettative, timori, entusiasmi, debolezze che accompagnano la vita di ogni giovane individuo: tutto ciò rende di scarso rilievo, sia educativo che sociale, il ruolo dell’insegnante, ne segna il sostanziale fallimento. Sia chiaro, non si tratta di svolgere attività diversa dall’insegnamento bensì di renderlo veramente efficace. A tal fine, l’intenzionalità educativa è decisiva! Nell’insegnamento, anche nelle situazioni più positive, non basta limitarsi a reiterare ‘protocolli’ didattici, per quanto collaudati, senza preoccuparsi di verificare, nel corso e al termine di un percorso di istruzione, quale ne sia l’efficacia. Poco importa che, contrariamente al resto della classe, alcuni allievi, magari per personale predisposizione o per provenienza sociale privilegiata, raggiungano sufficienti o elevati livelli di apprendimento: la riuscita di pochi, per chi insegna, non può essere la prova che si è lavorato bene; semmai è un alibi per aver lavorato male; in una classe pochi studenti preparati non cancellano il sostanziale fallimento educativo di quella classe. Né vale trincerarsi dietro una presunta ineluttabilità di risultati mediocri. Dialogo ridotto, deresponsabilizzazione professionale, sostanziale indifferenza verso gli esiti educativi, limitandosi a registrarne la riuscita o meno; conseguente affermazione in tali contesti di modelli comportamentali individualistici, in contraddizione con il carattere stesso della scuola, organismo sociale collettivo per eccellenza, fondato sulla solidarietà, concorrono inevitabilmente alla formazione di tanti giovani dalle incerte identità culturali e dalla scarsa coesione sociale. Gli insegnanti, dopo la famiglia, sono inevitabilmente, chi più, chi meno, le principali figure adulte di riferimento per i minori: lo scadimento della qualità e dell’attenzione professionale di queste figure nei confronti degli allievi può condizionare, spesso in modo irreversibile, oltre che la qualità dell’apprendimento, una corretta formazione della loro personalità. E si allenta quel principio di solidarietà, proprio di ogni comunità democratica, che deriva e si consolida grazie all’attenzione con cui la scuola, bene pubblico, accompagna la crescita delle giovani generazioni.

Rilevare proprio nella qualità dell’insegnamento-apprendimento la debolezza del sistema scolastico indurrebbe a ricercarne la causa nella generale inadeguatezza dei docenti. Tuttavia sarebbe sbagliato, oltre che inutile, colpevolizzare la categoria docente al cui interno peraltro, a fronte di molte zone grigie, spiccano non poche realtà di ottimo livello. La domanda corretta da fare è il perché vi sia, da un lato, un tendenziale impoverimento di cultura professionale e, dall’altro, una contemporanea difficoltà all’espansione, nel complesso della scuola, delle esperienze professionali più avanzate e significative. Quali che ne siano le cause possibili: da una errata interpretazione sindacale della tutela del lavoro, scarsamente attenta a proteggerne la qualità; alla scarsa o totale assenza di selezione nelle assunzioni in servizio; dal ridotto riconoscimento sociale; al disamoramento per un lavoro scelto senza vocazione alcuna, in assenza di alternative; a un rapporto collegiale interno a volte difficile e conflittuale; a una certa diffusa negligenza professionale, a fronte di pratiche burocratiche considerate inutili o, semplicemente, al disorientamento circa le finalità stesse del proprio lavoro… Non c’è dubbio che la categoria degli insegnanti, per motivi diversi, stia vivendo da tempo un crescente disagio professionale, sociale, culturale e, financo, una vera e propria crisi di identità.

Oltre cinquant’anni fa un famoso libretto, “Lettera a una professoressa”, ebbe il merito di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su una scuola mal pensata e mal funzionante orientando gli strali della critica verso il corpo docente, in gran parte femminile. In realtà il problema era in primo luogo politico. Il fallimento nasceva da scelte politiche che si rivelavano inadeguate; la professoressa del titolo c’entrava, ma fino ad un certo punto: inadeguato, di fronte ad una società in rapido mutamento, era il sistema scolastico e su di esso bisognava intervenire con appropriate scelte politiche. Cosa che avvenne nel decennio successivo.

Oggi, in termini più complessi, si pone un problema analogo ma con un grado di emergenza superiore che, in prospettiva, potrebbe portare ad un indebolimento della tenuta del Paese. Si tratta di attivare una politica scolastica, difficile quanto coraggiosa, di lungo periodo, capace di generare interesse verso la scuola e di superare le forti sacche di resistenza che, nel tempo, situazioni di comodo hanno generato e consolidato inopinatamente. La via da intraprendere per una rigenerazione e un rilancio del sistema scolastico sul piano di principio resta quella indicata nella Costituzione: alla scuola del nostro Paese “sta a cuore” l’educazione dei giovani, non uno di meno. Essa perciò si prende cura del successo scolastico di ciascuno, evitando pratiche di apprendimento ripetitive ma portando con metodo critico-induttivo, dialogico, collaborativo ogni allievo ad affinare attraverso i contenuti disciplinari le proprie capacità intellettuali, le competenze culturali, il senso critico e l’autonomia di pensiero e a maturare comportamenti consapevoli e responsabili. Una tale scuola richiede più attenzione e una maggiore ‘vicinanza educativa’ correlata ad una esplicita responsabilizzazione etico-professionale dei docenti all’altezza del compito istituzionale dichiarato.

A tal fine si rendono necessarie alcune condizioni. Una prima condizione riguarda il numero di alunni per classe: esso non dovrebbe mai superare le 15/18 unità. Non serve qui spiegare i vantaggi di un tale provvedimento che determinerebbe di per sé un mutamento “strutturale” nella vita della scuola. Una seconda condizione rimanda alla selezione dei docenti. Il termine selezione viene in genere mal digerito, soprattutto nella scuola, e a ragione, dal momento che riecheggia pratiche valutative del passato che dovrebbero essere ormai desuete, dato che compito della scuola non è selezionare ma promuovere, attivando modalità e percorsi di sostegno e di recupero per gli allievi in ritardo di preparazione. Ma in questo caso non si tratta di alunni bensì di insegnanti. Selezionare in base a concorsi seri e rigorosi quanti aspirino ad affrontare la carriera di insegnante verificandone le competenze e le attitudini professionali non è un atto negativo né offensivo verso la categoria. Al contrario, è la premessa per assicurare alla scuola le migliori intelligenze. Ed è la premessa perché possa funzionare una rete di centri di incontro, circolazione e scambio critico di proposte ed esperienze didattiche tra insegnanti, ove partecipare a seminari, stage, sessioni di aggiornamento, sia culturale che professionale: atti, con o senza verifiche finali, documentabili e registrabili nel curriculum di ciascun docente insieme alle relazioni sugli esiti delle attività svolte durante l’anno scolastico. Attività da considerare connaturate alla professione docente e come tali da riconoscere come facenti parte del tempo lavorativo, opportunamente ampliato e retribuito di conseguenza. Può essere considerato tutto ciò la terza condizione, connaturata al principio che qualità e crescita professionale non possono essere affidate (e riconosciute) solo sulla base di un concorso iniziale, né soltanto affidate, per quanto importante, all’anzianità di servizio, né basarsi solo su personali esperienze professionali prive di confronto. La professione docente, per sua natura, richiede costantemente la verifica, lo scambio, lo studio reiterato, l’aggiornamento. Naturalmente – e questa è una quarta condizione – tutto ciò richiede che si dia luogo ad una qualche progressione di carriera, da insegnanti, non divisiva, oltre che ad un corrispondente riconoscimento economico.

Questo ragionamento non tocca volutamente tanti altri fattori da (ri)considerare: percorsi curricolari, piani di studio, orari, durata degli studi, edilizia (aule grandi, piccole, speciali; laboratori), dotazioni didattiche, organizzazione interna delle scuole…

Il senso di tutto ciò è come far fare al sistema di istruzione un ‘grande balzo’ in avanti se, come si afferma, il Paese intende compiere un ‘grande balzo’ in avanti nel prossimo futuro. È costoso? Sì, certo. Ma si tratterebbe di un investimento la cui convenienza dovrebbe/potrebbe “stare a cuore” al Paese. Un Paese che non ha mai conosciuto vere rivoluzioni, per il quale, con l’ineguagliabile patrimonio archeologico, storico, artistico, scientifico, letterario, paesaggistico che si ritrova, creare le condizioni per offrire alle nuove generazioni la capacità di produrre, riconoscere, usufruire della cultura, facendone il proprio nutrimento identitario, sarebbe la più nobile e appropriata delle rivoluzioni.

12 settembre 2021

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